Immaginate di cancellare quasi completamente i leoni dall’Africa. Cosa succederebbe a zebre, antiolopi e gazzelle, che con i leoni condividono la savana? Gli animali più deboli continuerebbero a vivere - così come i malati, che in breve tempo contagerebbero gli animali sani. Per non parlare di tutte quelle bocche in più da sfamare: troppe zebre, troppe antilopi, troppe gazzelle si contenderebbero lo stesso filo d’erba, la stessa preda, lo stesso spazio che, se prima era sufficiente per sfamare un certo numero di animali ora, con numeri gonfiati a dismisura dalla mancanza di predatori, non lo è più. I cambiamenti dell’ecosistema, insomma, sarebbero notevoli, e le conseguenze pesanti.
Trasferiamoci al mare. Prendete alcuni dei grandi squali predatori: il martello, lo squalo volpe, il mako, lo smeriglio, la verdesca. E cancellatene il 97%: perché tanti sono gli squali scomparsi in Mediterraneo negli ultimi 200 anni secondo un team di ricercatori italo-canadesi che ha appena pubblicato sulla rivista scientifica Conservation Biology (qui il lavoro in inglese, qui un riassunto in italiano). Cosa succede al mare eliminando la quasi totalità dei grandi predatori? Gli effetti si fanno sentire sulle loro prede - e le prede delle loro prede, le cui popolazioni si modificano in modo imprevedibile. Ma certo.
Cosa ha portato allo sterminio di massa i grandi squali mediterranei? Come sempre l’uomo, attraverso la pesca (diretta o indiretta) e le profonde modifiche che ha inferto all’ambiente stravolgendo le zone di accrescimento e di riproduzione degli squali. Gli squali, infatti, crescono lentamente e generano pochi piccoli solo dopo molti anni e, semplicemente, non riescono a riprodursi abbastanza velocemente per rimpiazzare i milioni di squali pescati quotidianamente.
“Salta” dal Tg1 delle 20 il servizio sugli squali per colpa di Fiorello, spostato a oggi, mercoledì11, alle 13.30.
Va bene, lo ammetto. Ci sono rimasta proprio male. Aspettavo la notizia alla quale avevamo lavorato tutto il giorno (beh, non solo per il Tg1 ma anche per l’Ansa, Reuters, il Corriere, RDS, Le Monde, the Times, the Guardian, la BBC………) …. e invece non è arrivata. Una telefonata della giornalista ha chiarito il mistero: il collegamento con Fiorello che parlava degli europei di calcio aveva rubato lo spazio dei nostri squali e quello di un altro servizio.
Uffa!
Però niente problemi: il servizio andrà in onda domani sul tg1 delle 13.30. E sul sito del tg1. Insomma, domani si parlerà molto di squali in Italia, perché alle 11 presenteremo un rapporto sullo stato degli squali in Mediterraneo redatto da un team di ricercatori italo-canadesi. Di cosa si parla?
Del fatto che gli squali in Mediterraneo negli ultimi duecento anni sono diminuiti in modo terrificante.
Un fine settimana sensazionale, questo appena passato, per i diportisti irlandesi: lungo le coste occidentali della contea di Cork sono arrivati gli squali elefante. E sono anche tanti: 25-30 stando a quanto riporta il quotidiano irlandese Irish Examiner. Conferma il sito del Basking Shark Project: le segnalazioni cominciano a piovere da molti luoghi in tutto il Regno Unito: Dorset, Devon, Cornwall, l’isola di Man, Eire, l’Irlanda del Nord e la Scozia (nel video qui sotto alcune riprese di repertorio in acque inglesi).
Beati loro!!! MedSharks li studia nel nostro mare nell’ambito della Operazione Squalo Elefante. La nostra attesa, quest’anno in Sardegna, è stata lunga e vana: dopo essere comparsi un mese in anticipo, sono poi riapparsi col contagocce e in luoghi sempre diversi, ciò che ci ha impedito di poterli osservare e fotografare
Per saperne di più leggi la scheda di questo squalo gigantesco, che raggiunge i 9 metri di lunghezza per quasi 4000 kg di peso. Un gigante che filtra fino a 2000 tonnellate di acqua all’ora per filtrare i gamberini di cui si nutre!
Estate in compagnia degli squali in TV: Missione Natura, il programma naturalistico de La7, si occuperà spesso di questi animali. Si inizia il 9 maggio con la proiezione di Sharkwater, ma il conduttore del programma - Vincenzo Venuto, biologo - si immergerà nel corso delle diverse puntate con alcune fra le specie di squali più “malfamate” del mondo, dimostrando che la loro cattiva reputazione è assolutamente ingiustificata. Anche quest’anno Vincenzo racconterà in un blog di Missione Natura il “dietro le quinte” del programma. Ecco il primo post:
“Si riparte per questa nuova edizione di Missione Natura e sono particolarmente emozionato. Parleremo di squali e per incontrarli ci immergeremo senza protezioni in Sudafrica, al largo di Cape Town e di Durban. Avevo pensato a questa missione lo scorso anno. A darmi l’idea è stato Federico, il nostro operatore subacqueo, durante il viaggio di ritorno dall’Ecuador.
Quello che vorrei fare in questa puntata è immergermi con gli squali più pericolosi del mondo per dimostrare che non sono dei mostri assetati di sangue; questo ci permetterà anche di parlare della tragedia che sta colpendo questi pesci. Gli squali infatti ogni anno vengono pescati a milioni per le loro pinne che i cinesi considerano una prelibatezza… continua a leggere!
I mercati del pesce possono riservare molte sorprese, a patto di avere curiosità e molta pazienza. Guardate cosa ha scovato Gaspare Schillaci, un nostro lettore di Palermo.
Si tratta di una femmina adulta di notidiano cinereo (Heptranchias perlo), un piccolo squalo di alta profondità non molto frequente nei nostri mari. Uno squalo inconfondibile visto che ha 7 fessure branchiali, al contrario di tutte le altre specie che ne hanno 5 (a parte pochissimi che ne hanno 6).
Sappiamo molto poco di questo animale. Vive tra i 300 e i 600 metri, come si può desumere dal grande occhio verde, ma può spingersi anche oltre i mille metri di profonditàed è uno squalo di piccole dimensioni: al massimo un metro nei maschi e 140 cm per le femmine. E’ un buon nuotatore e si ciba di pesci, come i merluzzi, e anche calamari.
Sappiamo anche molto poco sulla sua riproduzione; è comunque un viviparo aplacentato, il che significa che la madre fa crecere i piccoli nel proprio ventre pur non nutrendoli con una placenta. I piccoli sono lunghi alla nascita 23 centrimetri.
Vive nei mari temperati e tropicali. Ovunque è considerato Near Threatened, cioè quasi a rischio estinzione, mentre la situazione in Mediterraneo è peggiore, tanto che è stato inserito nella categoria Vulnerabile della Lista Rossa della IUCN.
In anteprima alcuni minuti di Sharkwater, il documentario sugli squali che ha avuto grande successo in tutto il mondo e che andrà in onda su La7 il 9 maggio alle 21,30 nella trasmissione Missione Natura.
E’ accaduto in Croazia, ed è Anna Adam di Trieste a mandarci la notizia riportata da un quotidiano locale (foto da Elasmodiver):
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Eccezionale ritrovamento nelle acque antistanti Povljana, piccola località di villeggiatura dell’isola di Pago in Dalmazia: alcuni pescatori locali hanno rinvenuto a pochi metri dalla costa i corpi senza vita di una verdesca di 3 m e dei suoi 7 piccoli, ognuno lungo una cinquantina di centimetri.
La notizia del ritrovamento ha scioccato non poco la popolazione locale in quanto si tratta di uno squalo potenzialmente pericoloso per l’uomo [sic! NdR] e comunque mai fino ad ora era stato visto in queste acque un bestione di tre metri, pesente poco meno di 150 kg.
Le carcasse sono state messe in un congelatore, onde permettere ai biologi dell’istituto oceanografico di Spalato di accertare le cause del decesso.
Secondo Alen Soldo, vicedirettore del centro spalatino per gli studi marini,questo esemplare sarebbe stato arpionato alla testa: “Ho visionato la carcassa e sono convinto che la verdesca sia stata arpionata. Credo che prima di morire abbia partorito, nella speranza che i suoi piccoli potessero salvarsi. Ma neanche loro ce l’hanno fatta. Si tratta di una femmina di circa 10anni d’età. Spero che abbia messo alla luce un numero maggiore di squaletti e che qualcuno si sia salvato.”
A detta degli esperti, la verdesca è assieme allo squalo bianco l’unica specie nelle acque adriatiche considerata pericolosa per l’uomo. Negli ultimi decenni risultano però sempre piu rari i suoi avvistamenti, al punto che i biologi italiani e croati l’hanno inserita nella lista delle specie a rischio.
E’ la maggiore causa di morte degli squali in tutto il mondo, e soprattutto in Mediterraneo. “Cattura accidentale”: cioè finire nelle reti, o negli ami, destinati a pescare altro, di solito tonni o pescespada.
Responsabile della scomparsa degli squali d’alto mare - verdesche, mako, squali volpe - sono state per anni le famigerate spadare, le reti pelagiche derivanti ormai fuorilegge in Europa ma ancora largamente usate in Mediterraneo.
Una cosa è leggerne, un’altra è vedere. Consiglio a tutti la visione di questo filmato di Howard Hall. Risale al 1987 ma è ancora drammaticamente d’attualità.
Dopo aver costeggiato la penisola di Baja California si trova ora - appena 40 giorni dal suo rilascio - all’altezza di Mazatlan, in Messico.
Come facciamo a saperlo? Grazie al tag SPOT (Smart Position-Only Tag) che gli è stato fissato sulla pinna dorsale e che trasmette via satellite la posizione quando l’animale nuota la superficie. Un secondo sensore ci dirà fra qualche mese qual’è stato il profilo delle sue immersioni.
Un incontro ravvicinato con uno degli animali più rari e difficili da incontrare in Mediterraneo. E’ accaduto a Riccardo Andreoli, ittiologo e pescatore subacqueo, qualche anno fa. Ecco il suo racconto e le sue foto straordinarie: le uniche esistenti di un bianco che nuota libero nel nostro mare.
CANALE DI SICILIA, DA QUALCHE PARTE
La secca è una di quelle da non raggiungere, da non consigliare, e quasi da non raccontare. Ben oltre le acque costiere, è un terno al lotto. Non sai mai, tanto per cominciare, se la raggiungerai. Le due ore e passa per arrivarci (e per tornarci), permettono al mare e al vento, solitamente scatenati in questa zona del Mediterraneo, di dire la loro…
(…)
…E’ proprio Lui. Vederlo muoversi dà un’impressione di potenza sconfinata, un minimo di movimento di quella grande coda e avanza quasi senza parere (coi motori al minimo viaggiamo alla sua stessa velocità). Chi ha detto che il movimento dello squalo è “sinuoso”? Forse quelli piccoli (che avevamo visto più volte su una secca ancora più lontana), ma non sua Terribilità. Lui si muove come solo può una massa compatta di muscoli strapotenti. Non fosse così evidentemente una fantastica macchina da nuoto e da caccia potrei azzardare tozzo, ma è una definizione che escludo immediatamente. “Tozzo”, non ha niente a che fare col movimento che esibisce questo immenso siluro grigio/avorio che incede silenziosamente coi denti socchiusi.
E’ forse un po’ l’eleganza massiccia del leone maschio, con tutta la sua pancia, la criniera spettinata e la testa che sembra fin troppo grande pure per quel corpo poderoso.
Qui non c’è pancia, e non c’è niente di spettinato. E’ una liscia immagine, le linee purissime, sfumate da un qualche impossibile aerografo nel passaggio tra il dorso ed il ventre. Stonano solo i denti. E’ la bocca, semiaperta, incisa da solchi (cicatrici ?), che è un brusco memento della scopo di tutto il mostro nel suo insieme: mangiare.
E Lui rimane lì, nuotando indifferente in superficie, mentre due subacquei cotti dal sole e straniti dalla meraviglia lo guardano andare, mentre incide appena la pelle del mare, scivolando immenso e lento nel suo regno.
Suo. Fino a pochi istanti prima ero fiero di quello che vent’anni di immersioni avevano fatto di me: un subacqueo, partecipe, seppur ad intervalli, questo lo riconoscevo, del grande Mare. Ora, di colpo, è una beffa. Come animale acquatico sono una farsa, una truffa. Di colpo vengo ricondotto a quello che sono, un prestito goffo del mondo di fuori, che sguazza e starnazza lassù, vicino alla luce. Pronto alla facile fuga e al “non gioco più”.
Così andiamo, Lui nel mare, noi in barca. Piano. Lui guida, noi seguiamo…
Il pescespada. Almeno nel duello combatto qualche anno fa nelle acque di Tavolara, in Sardegna, quando i pescatori trovarono spiaggiato un grande squalo volpe di quattro metri, morto, con ben 15 cm di spada di pescespada conficcata in testa!!!
Cos’era successo per scatenare quella lotta fatale possiamo solo immaginarlo: forse avevano litigato per il cibo, visto che entrambi si nutrono anche di calamari. Forse il pescespada si era difeso dall’attacco del grande squalo: i pescispada non vincono sempre, infatti, e sono stati trovati nello stomaco di altri squali volpe occhione.
Al di là della curiosità, questa segnalazione si è dimostrata davvero interessante. Perché lo squalo in questione non era un semplice squalo volpe, ma un “occhione”: una specie considerata molto rara in Mediterraneo - tanto che questo era appena il sesto animale mai segnalato in tutto il nostro mare. E inoltre era una femmina, che in pancia portava due piccoli di 40 cm di lunghezza l’uno.
Fortunatamente in zona c’erano Mario Romor ed Egidio Trainito (gli stessi che ci hanno segnalato gli squali elefante a fine gennaio) che scattarono queste foto e le misero in un cassetto. Se ne ricordarono anni dopo, quando lanciaiOsservatorio Mediterraneo: raccoglievo da diportisti, pescatori e sub segnalazioni di squali, tartarughe, balene e foche monache e le “giravo” ai ricercatori. Segnalazioni, fra cui questa, che si sono tradotte in almeno quattro lavori scientifici: Marino Vacchi, Fabrizio Serena e Giuseppe Notarbartolo di Sciara presentarono questa segnalazione a un congresso internazionale a Monterey.
“Riesumiamo” questo avvistamento un po’ datato (risale al 1994) per diverse ragioni. Primo perché è interessante: oltre a essere una specie rara, si trattava del primo, e finora unico, caso di attacco fatale pescespada-squalo segnalato al mondo. Poi perché lo squalo volpe occhione è una specie che mi sta particolarmente a cuore: proprio oggi abbiamo finito le revisioni e inviato un lavoro scientifico alla rivista Journal of the Marine Biological Association che riguarda questa stessa specie. Ve ne parleremo nel prossimo post.
3.925 giorni: tanto è durata la liberta di un piccolo squalo “Atlantic sharpnose” pescato, marcato e ripescato undici anni dopo in Florida. Lo squaletto era infatti uno delle migliaia cui i ricercatori del Mote Marine Laboratory avevano applicato una targhetta di riconoscimento per studiarne abitudini e spostamenti.
Marcato nel 1996 al largo di Pensacola, in Florida, è stato ricatturato ad appena 103 miglia di distanza da un pescatore che ha poi recapitato ai ricercatori la sua targhetta: fra i 16.000 animali marcati nei 17 anni di attività del Mote, questo è lo squalo che ha resistito più a lungo in mare.
L’”Atlantic sharpnose” (Rhizopriodon terranovae - non esiste traduzione in italiano, visto che questa specie vive lungo le coste orientali americane) è uno squaletto di piccole dimensioni, lungo poco più di un metro, che si nutre prevalentemente di piccoli pesci. Con la scomparsa degli squali più grandi, di cui era spesso vittima, questa specie è fra quelle il cui futuro desta meno preoccupazione.
La marcatura è l’unico modo per imparare a conoscere la crescita e gli spostamenti degli squali. In questo caso la marcatura è stata fatta con una semplice targhetta grazie alla quale si è potuti risalire alla data e al luogo di marcatura.
“I tag ci forniscono due istantanee della vita dell’animale: dov’è stato marcato e dov’è stato ricatturato” spiega Bob Hueter, direttore del Mote’s Center for Shark Research. “Alcune specie si spostano poco mentre altre compioni migrazioni di migliaia di miglia; in molte specie, più vecchio è lo squalo e maggiore la distanza percorsa. In questo caso, la ricattura ci dice anche che il sistema funziona: i tag possono rimanere nel corpo dello squalo anche per molti anni”.
Ripescare lo squalo a poca distanza da dove era stato marcato non vuol dire necessariamente che sia rimasto lì tutto il tempo: molte specie si allontanano anche di centinaia o migliaia di chilometri per poi ritornare nello stesso luogo, spesso un’area di nutrimento, di accoppiamento o di nascita. Per conoscere gli spostamenti precisi degli squali, i ricercatori utilizzano degli strumenti molto più sofisticati - e costosi: i tag satellitari, in grado di registrare continuamente la posizione dell’animale e di restituire il tracciato preciso dei suoi spostamenti. Sempre che funzionino, naturalmente, perché nonostante il costo, questa tecnologia è ancora affidabile solo al 50%!
Nel caso della marcatura con semplici targhette, tutto dipende dalla cooperazione dei pescatori ricreativi e professionisti che decidono di informare i ricercatori della loro cattura. Ecco alcuni dei risultati più interessanti:
James Cooper ha catturato uno squalo leuca dal ponte Bahia Honda nelle Florida Keys che era stato marcato 828 giorni prima, dallo stesso ponte ad appena mezzo miglio di distanza.
Andy Miller ha catturato un Atlantic sharpnose vicino a Crystal River, in Florida, marcato 1914 giorni prima ad appena due miglia di distanza.
Kathy Dyke ha catturato un leuca nelle vicinanze di Naples (Florida, non Italia!). Lo squalo era stato marcato 277 prima a 5 miglia di distanza.
“Immersione con uno squalo elefante” è il primo risultato di Google stamattina alla richiesta “squalo elefante”. Le immagini del cetorino sott’acqua non sono poi così comuni, così ho subito cliccato: si tratta invece di uno squalo balena, filmato alle Maldive da Giovanni. Un errore che fanno in molti, e quindi val la pena di ricordare la differenza.
Squalo elefante o squalo balena? Si tratta di due specie diverse: lo squalo elefante (Cetorhinus maximus) arriva al massimo a sfiorare i 10 metri, ha il dorso marrone con qualche chiazza irregolare più chiare e vive in acque fredde. Lo squalo balena (Rhincodon typus) può sfiorare i 12 metri, ha il corpo ricoperto di macchie bianche e vive in acque tropicali. Entrambi si cibano di plancton. Insomma, nel dubbio: se siete in Mediterraneo è certamente uno squalo elefante; se siete ai tropici è sicuramente uno squalo balena.
Queste riprese, comunque, sono perfette per aiutare gli scienziati a capire qualcosa in più sulla vita di questi immensi ma misteriosi animali. Quindi Giovanni - e tutti i sub che hanno avuto la fortuna di incontrare uno squalo balena - perché non mandate le immagini alla Whale Shark photo-ID Library? Questi ricercatori fanno un censimento degli squali balena nelle acque di tutto il mondo: li riconoscono grazie alla posizione delle macchie bianche dietro le branchie (attraverso un software inventato per mappare le stelle in cielo!) e poi li confrontano con i vari avvistamenti registrati in tutto il mondo. Qualche mese fa hanno raggiunto i 1000 esemplari classificati: le probabilità che lo squalo di Giovanni - o il vostro - siano già stati schedati non è remota! Oh - fateci sapere.
Ovvero: uova misteriose su un uovo di razza misteriosa. Il doppio mistero questo week-end alla Feniglia, dove in appena un’ora abbiamo trovato 28 uova di razza spiaggiate. Cercatele anche voi per dare una mano alla scienza!
Quintali di plastica, dozzine di ossi di seppia, due tubi di neon, una siringa e 28 uova di razza sono il bottino di appena un’ora di passeggiata sulla spiaggia della Feniglia (Argentario, Toscana).
Lo avete visto dai diversi post che abbiamo fatto sull’argomento: le uova di razza, questi strani oggetti dalla forma diabolica e per qualcuno un po’ repellente, ci incuriosiscono.
Così abbiamo deciso di dare una mano a Cecilia Mancusi, che le uova di razza le studia da anni: il bottino verrà spedito al suo laboratorio e chissà che possa poi raccontarci di chi sono e come mai se ne sono spiaggiate così tante alla Feniglia.
Volete aiutarla anche voi? Ovunque siate, andate a fare una passeggiata in spiaggia e raccogliete le uova che doveste trovare (niente paura, sono vuote e non puzzano!). Fotografatele con un righello accanto, per darci un’idea delle dimensioni. Segnatevi data e località, e poi mandateci qualche foto via email a info @ medsharks.org
Nel frattempo, guardate qui il doppio alien: chissà quale specie di seppia (credo) ha usato questo uovo (di chissà quale razza) come ancoraggio per deporre le sue uova!
70 km/h, oltre 30 nodi: è l’incredibile velocità che può raggiungere sullo scatto il mako, il velocista per antonomasia nel mondo degli squali. Una potenza che gli consente anche di saltare fuori dall’acqua fino a 6 metri di altezza quando viene allamato (come nei video che potete vedere qui).
Qui una eccezionale ripresa di un mako all’attacco. Impressionante!
Aliwal Shoal, Sud Africa: è uno dei pochi luoghi al mondo dove, in stagione, è possibile immergersi con gli squali tigre. Sono una ventina, in prevalenza femmine, molte sono state marcate dai ricercatori per poterle identificare. Aliwal Shoal è anche una riserva marina dove cinque specie di squali, fra cui il tigre, sono sotto protezione.
Le accuse sono rivolte non solo ai pescatori di frodo, ma anche agli scarsi controlli delle autorità, visto che i tre squali tigre sono stati sbarcati impunemente di giorno in porto. Le proteste hanno fatto smuovere le autorità che, stando a quanto riporta la sudafricana SABC News, avrebbero trovato il colpevole. Gli squali, però, tre o otto che fossero, sono morti.
Da qualche anno Aliwal Shoal è diventata una mecca del turismo subacqueo mondiale, con migliaia di visitatori l’anno. Il pescatore potrebbe aver guadagnato dai 50 ai 100 dollari per ogni animale, mentre lo stesso squalo, nell’economia dell’eco-turismo, vale circa 10.000 dollari l’anno.
Lo squalo tigre, così chiamato per le caratteristiche righe sul corpo, vive in tutto il mondo in acque tropicali. E’ uno squalo di grandi dimensioni, con una crescita e riproduzione relativamente rapida. Viene catturato direttamente e indirettamente, come by-catch, ed è diminuito notevolmente nelle zone in cui è sottoposto a pesca intensiva. Tuttavia la sopravvivenza dei giovani è maggiore lì dove le popolazioni di adulti sono state eliminate dalla pesca intensiva.
Uno squalo elefante di oltre 7 m. di lunghezza - innocuo per l’uomo visto che si nutre di plancton - è finito nelle reti nel palermitano. Il cetorino è una specie rara e a rischio estinzione e ogni informazione è utile per la scienza.Occhi aperti, pescatori e diportisti siciliani: altri esemplari nuotano probabilmente nelle vostre acque, quindi… se vedete enormi pinne sulla superficie, avvertiteci!
La notizia ci è arrivata giovedì sera grazie ai ricercatori dell’Università di Palermo, che hanno provveduto a raccogliere campioni biologici importantissimi (come potete vedere nelle foto di Gaspare Schillaci) per una specie così rara come questa.
Lo sfortunato pescione, stando a quanto riferisce la Sicilia (che pur ne ha storpiato il nome!) è finito nelle reti del pescatore Salvatore Olivieri a meno di un miglio dalla costa a San Nicola l’Arena, nel palermitano.
Si tratta di un maschio, come potete vedere dalla foto degli organi sessuali, e stando alle dimensioni era un adulto e aveva quindi superato i 15-16 anni – l’età in cui i maschi diventano sessualmente maturi (le femmine, invece, maturano ancora più in là sia con le dimensioni che con gli anni: dai 16 ai 20 anni, quando raggiungono gli 8 metri di lunghezza). Lo squalo sfortunato potrebbe naturalmente essere stato molto più anziano, visto che questa specie raggiunge e probabilmente supera i 50 anni di età. Ma quanti anni avesse, precisamente, non lo sappiamo perché nessuno è riuscito a studiare l’accrescimento di questi giganti - uno dei molti misteri che ancora non abbiamo svelato della vita degli squali.
Lo squalo elefante, o cetorino, è totalmente innocuo per l’uomo, visto che si nutre esclusivamente di plancton.E’ uno squalo migratore, che compare sporadicamente a fine inverno lungo le coste italiane seguendo le correnti ricche di plancton.
Uno squalo raro che migra seguendo rotte sconosciute e per giunta spesso lontano dalla costa: per questo se ne sa davvero poco. Un mix infernale per i ricercatori che vogliano approfondirne le conoscenze, ma anche uno stimolo irresistibile per MedSharks e CTS Ambiente che, due anni fa, hanno lanciato l’Operazione Squalo Elefante. Obiettivo: seguire via satellite gli spostamenti di questi animali.
Per poterlo fare è però necessario, ovviamente, prima trovarli. Operazione ardua ma non impossibile, visto che i cetorini passano molto tempo in superficie e possono quindi, con un po’ di fortuna, essere avvistati da pescatori e diportisti. E’ un’occasione rara, ma non impossibile, come testimoniano i vari avvistamenti del 2006 che ci hanno consentito di marcare il primo esemplare del Mediterraneo. E allora, diportisti e pescatori di Sicilia ma anche di tutta Italia, occhi aperti! In caso di avvistamento mandateci subito una email a info @ medsharks .org
Per queste fotografie e per la pronta segnalazione del ritrovamento vogliamo ringraziare Gaspare Schillaci, grande appassionato di squali e nostro assiduo lettore.
E’ uno dei video più visti della settimana, secondo Repubblica. E ti credo, visto il titolo e la molto sommaria spiegazione di quanto è accaduto in Sud Africa (”Attimi di apprensione per una comitiva di turisti. Infatti uno squalo di 3 metri è saltato sopra la poppa del battello. Poi è tornato in mare“). Questo squalo (un mako, direi) non è certo saltato a bordo per caso… come si vede alla fine del video, era stato catturato!
Il video è in tedesco e non capisco nulla (sono in attesa di traduzione, ma se nel frattempo qualcuno di voi volesse spiegarci cosa raccontano i due signori…), ma la cosa più probabile è che sia atterrato a bordo mentre saltava per cercare di liberarsi. Certo, una bella sorpresa per i turisti!!
Pescasportivi a rapporto per aggiornare la mappa della presenza di questi squaletto nei mari italiani!
Nasce oggi Obiettivo Spinarolo, il nuovo progetto di ricerca di MedSharks e CTS Ambiente con la collaborazione della rivista Pesca in Mare e della FIPSAS. Oggi, 8 febbraio, saremo a Bologna al salone della pesca sportiva Fishing Show nel Salotto di Pesca in Mare per presentare questa iniziativa (ulteriore appuntamento domenica 10 febbraio, alle 11.30). Guarda la presentazione
Il nostro progetto è infatti legatissimo al mondo della pesca sportiva: l’esperienza di questi appassionati è fondamentale per capire la situazione attuale di questa specie nei nostri mari.Perché lo spinarolo è a rischio: è iscritto nella Lista Rossa delle specie a rischio estinzione. In Mediterraneo è classificato “Endangered” mentre la situazione è addirittura più grave in Atlantico dov’è definito “criticamente in pericolo“. Sottoposto a una pesca intensiva, questo squaletto dalla vita lunga (70 anni!) e dalla riproduzione lentissima (ha una gestazione di due anni, fra le più lunghe del regno animale) è stato letteralmente spazzato via dai nostri fondali. Per saperne di più sullo spinarolo, leggi qui.
Ma qual’è la situazione attuale? I dati che hanno portato a questa classificazione sono ormai già vecchi. Per questo, per avere una fotografia della situazione attuale nelle acque italiane chiediamo la collaborazione dei pescatori sportivi.
Cosa fare - se sei un pescasportivo e hai voglia di darci una mano, leggi il questionario che trovi quie manda una mail con le tue risposte a info @ medsharks.org (leva gli spazi, che ho messo per evitare di esser sommersa dallo spam). Ma soprattutto, la prossima volta che peschi uno spinarolo prendi nota di questi dati e poi inviaci le informazioni:
-data
- posizione
- profondità
- esca utilizzata
- quanti spinaroli hai pescato?
- li hai rilasciati?
- lunghezza squalo
- è maschio o femmina? (il sesso è facilmente riconoscibile, basta guardare il ventre dell’animale. Il maschio ha due organi sessuali ben visibili, come potete vedere da questa illustrazione)
Se hai fatto delle foto, mandacele allo stesso indirizzo: info @ medsharks.orgGrazie in anticipo della vostra collaborazione!
E’ tornato in libertà il giovane squalo bianco che da cinque mesi nuotava nell’acquario di Monterey Bay, in California.
Dopo 162 giorni passati nel magnifico acquario americano, dov’è più che raddoppiato di peso passando da 30 a 70kg, il piccolo ha iniziato a dare segni di irrequietezza (è stato visto saltare sulla superficie della vasca!). A quel punto la decisione: lo squalo doveva tornare in libertà, così com’è accaduto in passato per gli altri due esemplari della stessa specie tenuti in cattività dall’acquario.
Prima del rilascio i ricercatori hanno piazzato sul corpo dell’animale due tag satellitari che permetteranno di seguirne gli spostamenti. Il primo raccoglierà i dati per i prossimi 8 mesi, il secondo per i successivi 5. I dati saranno interessanti per comprendere meglio le abitudini di questa specie, che abbiamo iniziato a conoscere davvero solo da pochi anni.Grazie alla marcatura satellitare, infatti, si è scoperto che, lungi dall’essere un animale costiero come si era sempre creduto, lo squalo bianco passa lunghi mesi in mare aperto. Gli squali californiani, ad esempio, in primavera si trasferiscono in una zona remota dell’Oceano Pacifico, soprannominata dai ricercatori il White Shark Cafè. A lato il tracciato percorso di un altro piccolo squalo bianco, rilasciato dell’acquario dopo 137 giorni.
Fanno un po’ ridere i vari “Oh my God!!!” del commento… ma non è difficile comprendere l’eccitazione dei ricercatori nell’osservare un bel capopiatto di quasi cinque metri a 1000 metri di profondità.
Lo squalo è stato ripreso nell’agosto 2006 da un sottomarino da ricerca sui fondali dell’isola Molokai, nelle Hawaii, e recentemente messo su YouTube. Articolo sull’Honolulu Star Bulletin con maggiori particolari, in inglese.
Gaspare Schillaci ci segnala la cattura a Riva Trigoso di uno squalo elefante. L’Ansa fornisce i dettagli (mentre noi abbiamo allertato i nostri contatti in zona per verificare la specie visto che potrebbe trattarsi di un pesce vacca o capopiatto- non si sa mai…): “Uno squalo elefante lungo quattro metri e pesante 5 quintali e’ finito in una rete a strascico al largo di Riva Trigoso. Con grande fatica il comandante del pescherecchio Chimera di Sestri Levante ed il suo equipaggio hanno issato a bordo la rete, nella quale era rimasto intrappolato il grosso pesce. Nel porto lo squalo elefante, non pericoloso per l’uomo in quanto privo di dentatura (si nutre di plancton), e’ stato venduto all’ingrosso e da domani sara’ sui mercati liguri.“
A parte il dispiaciere di vedere un altro squalo a rischio di estinzione morire (pur se accidentalmente) oltretutto ben prima di essersi potuto riprodurre… sono indignata per quel “venduto all’ingrosso“.
A parte che mi pare una follia vendere specie a rischio di estinzione (cosa che comunque accade regolarmente nei supermercati, per esempio con spinaroli e smerigli)… ma il cetorino è una specie protetta, uno dei pochissimi squali ad avere una qualche forma di protezione!!!
L’Italia, infatti, ha ratificato la Convenzione di Berna e quindi per lo squalo elefante (come per il bianco e la mobula) è prevista la protezione e il divieto di cattura, detenzione, commercio e molestia. Purtroppo, però, a questa ratifica non è seguita una legge nazionale che stabilisca la punizione in caso di violazione ai divieti.
Insomma - la protezione è tutta sulla carta, mentre nei fatti non facciamo nulla per salvaguardare questi animali a rischio di estinzione.
Intendiamoci - non stiamo facendo una polemica con il pescatore, che non è andato a caccia di una specie protetta ma si è trovato accidentalmente il cetorino nella sua rete. L’accusa è diretta ai nostri governanti che amano inaugurazioni, ratifiche e dichiarazioni ma non si adoperano per far sì che i nostri animali siano effettivamente protetti. Un buon passo in questa direzione sarebbe l’approvazione definitiva del Piano d’Azione nazionale per la tutela dei pesci cartilaginei e l’impegno del prossimo ministro della pesca in sede europea quando ci sarà da discutere il Piano d’Azione dell’UE.
Simona Clò ci informa che, in ogni caso, “visto il suo peso prima di venderlo bisognerebbe fare il controllo dei metalli pesanti, obbligatorio per gli animali di grossa taglia; inoltre, essendo inserito nella CITES(la convenzione che regola il commercio delle specie a rischio di estinzione) avrebbero dovuto informare la Forestale e avere il loro nullaosta prima di commercializzarlo.“
Un profilo di questo enorme squalo abissale, una delle specie studiate in Mediterraneo da MedSharks. Guarda, nell’intervista di LineaBlu, le immagini spettacolari della nostra ricerca.
La cosa che più colpisce del capopiatto (o notidiano grigio, o pesce vacca - insomma l’Hexanchus griseus) è la taglia: le femmine infatti possono raggiungere i 5 metri di lunghezza.
Poi la mancanza della pinna dorsale, quella che molti pensano sia la caratteristica tipica di tutti gli squali (e invece no!).
La sua vera caratteristica è però il numero di branchie: la stragrande maggioranza degli squali ne ha 5, solo una specie ne ha 7 e pochissime ne hanno 6 - tutte appartenenti al genere, ovviamente, Hexanchus.
Ma la cosa che personalmente più mi ha colpito, la prima volta che l’ho visto sott’acqua, è l’occhio: verde come uno smeraldo. E questa caratteristica ci dice già qualcosa delle sue abitudini, visto che è comune a molti squali di profondità. Di questa specie, comunque, la scienza sa pochissimo: ignoto il suo comportamento, se sia uno squalo migratore o stanziale. Non si sa quanto viva né in quanto tempo si riproduca.
Dove vive - E’ uno squalo di profondità, che vive di solito fra i 500 e i 1000 metri fino a un massimo di 2000, anche se in vicinanza di fondali profondi e canyon sottomarini si può trovare anche attorno i 40-50 metri di profondità.Ma come molti organismi marini, risale regolarmente la notte dagli abissi a minor profondità. I libri lo descrivono come un prigro nuotatore, ma vi assicuro che stargli dietro, quando decide di seminarci, non è per niente facile!
Cosa mangia? La sua dieta è varia: altri squali, razze, pesci come sogliole ma anche pescispada, calamari, gamberi e granchi. Giovanni Simone (grande amico del compiano delfino Filippo di Manfredonia) ci segnala la cattura a fine dicembre di un capopiatto al largo di Vieste: era una femmina di circa 4 metri di lunghezza che aveva nello stomaco due pesci spada, una spigola e una ricciola! Non sappiamo però se li abbia catturati o se, invece, li abbia “rubati” a reti o ami di palangari.
Le nuove generazioni - E’ uno squalo ovoviviparo: questo vuol dire che le uova si schiudono nel ventre della madre e i piccoli completano il loro sviluppo nutrendosi delle uova non fecondate. E’ uno squalo apparentemente molto prolifico, perché può generare da 22 a 108 piccoli dopo, si pensa, almeno un anno di gestazione e probabilmente un anno di pausa. Sconosciuta la sua vita media, che è però probabilmente molto lunga.
Quanti ce ne sono? Il capopiatto non è uno squalo abbondantissimo ma viene regolarmente pescato un po’ ovunque in tutto il Mediterraneo. Il capopiatto è catturato come by-catch; in Italia una pesca diretta a questa specie sembra esistere solo in Liguria e lungo le coste siciliane dove le sue carni sono apprezzate. Le sue carni sono infatti commestibili e, anzi, nella zona di Catania e di Milazzo pare siano particolarmente apprezzate.
Status: Questo squalo, nonostante generi un gran numero di piccoli, come tutte le specie di alta profondità cresce molto lentamente ed è quindi particolarmente vulnerabile. Dove è stato pescato intensivamente, come in Costa Azzurra, è praticamente scomparso e le catture sono comunque diminuite ovunque. Così la IUCN, l’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura, inserisce la popolazione mediterranea di questo squalo nella Lista Rossa delle specie a rischio di estinzione come “prossima alla minaccia“, il che indica una diminuzione dal 30 al 50% nel giro di tre generazioni. Non è prevista alcuna misura di protezione.
MedSharks studia il capopiatto - Di questa specie, tanto per cambiare, si sa davvero poco. Per questo MedSharks ha iniziato a studiarla nello Stretto di Messina - uno dei pochi luoghi al mondo dov’è possibile osservarli. Grazie alle macchie e cicatrici che hanno sul corpo è possibile riconoscere i diversi individui; è in programma - fondi permettendo - un progetto di marcatura di questi animali per scoprire i loro spostamenti nell’arco dell’anno. Ecco l’intervista su LineaBlu con le spettacolari riprese di Roberto Rinaldi girate insieme lo scorso anno.
Questi curiosi oggetti trovati da Gianluca Serra su una spiaggia della Versilia altro non sono che uova di razza.
Dopo l’accoppiamento (che per alcune specie avviene tutto l’anno mentre per altre soprattutto all’inizio dell’estate) le uova fecondate vengono avvolte e racchiuse in un guscio dalla forma più o meno rettangolare con filamenti agli angoli.
Le uova vengono deposte a gruppi in luoghi riparati, a volte semi-sepolte o ancorate al fondo grazie ai filamenti. Le piccole razze si sviluppano all’interno dell’uovo fino alla loro nascita.
Come riconoscere la specie? La classificazione si basa, oltre che sulla forma generale e il colore della capsula, anche sulle sue dimensioni. Forma (più o meno rettangolare), colore (nero, bruno o verdastro) e dimensioni, infatti, variano a seconda della specie, anche se all’interno della stessa specie le uova possono avere dimensioni diverse.
Al lavoro! Se avete trovato delle uova sulla spiaggia e avete voglia di scoprire a quale razza appartengano, riempite una bacinella d’acqua e immergetevi le uova per un paio d’ore perché riprendano la loro forma originaria. Quindi consultate la guida delle razze preparata dalla SIBM, la Società Italiana di Biologia Marina, che per molte specie include anche una foto delle uova; consultate anche il sito del Great Eggcase Hunt, un progetto dell’inglese Shark Trust, in cui c’è anche una guida di riconoscimento (anche se è limitata alle sole specie inglesi). E infine l’accurato sito di Peter Borche comprende uova di squalo, razza e chimere.
Mi raccomando: segnatevi anche la spiaggia, la data di ritrovamento e prendete nota se, per caso ci sia stata una mareggiata nei giorni precendenti. E… fateci sapere!
Una volta qui ce n’erano così tanti che a Nizza gli han dedicato persino una baia: la celebre Baia degli Angeli. Oggi invece lo squalo angelo è talmente raro che neanche i pescatori liguri lo riconoscono più.
“Dopo aver svuotato a bordo il sacco della cala che avevamo appena finito proprio davanti a Sanremo, su un fondale tra 80 e 100 metri, ho subito notato questo strano pesce, che in tanti anni di esperienza in mare non avevo mai visto” ha raccontato Pino Rametta, proprietario del peschereccio Giovanni Padre, a Sanremo news (leggi tutta la notizia).
Lo squadro vive in acque mediterranee ed europee fino a 150m di profondità su fondali sabbiosi o fangosi, dove di giorno si interra totalmente lasciando uscire solo gli occhi. E’ molto più attivo di notte, quando si mette in caccia: si ciba soprattutto di pesci come sogliole e rombi ma anche razze, crostacei e molluschi. E’ un animale sedentario ma nei mari del nord compie anche lunghe migrazioni stagionali, portandosi verso nord in estate.
Questo squalo è ovoviviparo (le uova si schiudono nel corpo della madre, dove i neonati portano a termine il loro sviluppo cibandosi delle uova non fecondate) e fa nascere dai 9 ai 20 cuccioli che, alla nascita, misurano dai 24 ai 30 cm. di lunghezza. Raggiunge probabilmente i due metri di lunghezza; le femmine iniziano a riprodursi tra i 130-160 cm (leggi la scheda della FAO, in inglese).
Perché è diventato così raro? Le catture registrate in Mediterraneo sono ormai molto limitate e si riferiscono quasi esclusivamente alle acque africane. Colpa della rarefazione di questo squalo è stata, nel giro di 50 anni, la pesca a strascico intensiva cui sono sottoposte le acque europee e che ha letteralmente spazzato via molte specie che vivono sui fondali sabbiosi. Nel Mare del Nord questa specie è stata dichiarata estinta e negli altri mari dove una volta era molto comune è ora estremamente rara.
Cinque squali elefante si son dati convegno davanti Tavolara nei giorni scorsi per un banchetto a base di plancton. Il fantastico avvistamento è opera di Giuseppe Deiana e ci è stato riferito da Mario Romor.
Riparte così l’Operazione Squalo Elefante (OSE) la prima ricerca “sul campo” in Mediterraneo sullo squalo elefante o cetorino, il gigante del nostro mare, lanciata nel 2006 da MedSharks e CTS Ambiente e che si avvale della collaborazione dei parchi e riserve marine della Sardegna. OSE ha iniziato il censimento fotografico degli squali elefante mediterranei: grazie alla presenza di tagli o cicatrici sulla pinna dorsale è infatti possibile identificare i vari individui e riconoscerli in caso vengano avvistati o fotografati di nuovo.
Raccogliamo inoltre le segnalazioni degli avvistamenti (fondamentale il contributo dei pescatori, sia professionisti che ricreativi, subacquei e velisti e di tutti quanti vanno per mare: più di 20 le loro segnalazioni nel 2006!) e raccogliamo campioni di tessuto quando gli squali finiscono accidentalmente nelle reti, per analizzarne poi il DNA.
L’obiettivo principale però è la marcatura, una tecnica indispensabile per tenere sotto controllo gli spostamenti degli animali e imparare a conoscerne le rotte migratorie. Dopo il primo esperimento positivo del 2006 - in cui, per la prima volta in Mediterraneo, abbiamo marcato uno squalo elefante con un tag numerico - la sifda di quest’anno è di applicare a uno squalo un tag satellitare, per poterlo così seguire ora dopo ora nei suoi spostamenti.
E’ FONDAMENTALE L’AIUTO DI TUTTI QUANTI VANNO PER MARE. SE VEDETE UNO SQUALO ELEFANTE FATECELO SAPERE INVIANDO UNA MAIL A info @medsharks.org. Nelle prossime ore attiveremo anche un numero di telefono per segnalarci subito l’avvistamento