Archivio per la categoria ‘progetti scientifici’

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Orecchio di squalo

2 Luglio 2008

Andrea Dell’Apa, giovane biologo italiano impegnato nello studio degli squali e in procinto di partire per l’estero per occuparsi di spinaroli, è particolarmente interessato all’udito degli squali. Gli abbiamo chiesto di parlarcene.

Andrea al lavoro Gli elasmobranchi (squali, razze e chimere) sono animali che da un punto di vista sensoriale sono dotati di molte capacità. La più studiata e conosciuta è senz’altro quella legata all’elettrorecezione, tramite le ampolle del Lorenzini. Meno studiato è il senso dell’udito che questi animali possiedono, dovuto al fatto che per molti anni lo studio della struttura anatomica dell’orecchio interno degli squali è stata accantonata.

Infatti molte delle ricerche effettuate sul sistema acustico degli elasmobranchi risalgono ai primi anni ’60 e si sono presocchè interrotte negli anni ’80. La maggior parte di queste linee di ricerca, ovviamente statunitensi, erano finanziate per lo più dalla marina militare americana allo scopo di verificare se gli squali potessero essere respinti da suoni particolari, a protezione dei marinai che eventualmente sarebbero finiti in mare in seguito a naufragi durante azioni di guerra. Tali ricerche però si interruppero quando altre linee di ricerca parallele scoprirono l’efficacia di sostanze che risultavano sgradevoli o repellenti per gli squali stessi e che per tal motivo erano di più facile uso per i naufraghi stessi.

Ma per il mondo scientifico la domanda rimane lo stesso: quali sono i suoni che gli squali sono in grado di percepire?
Per rispondere a questa domanda bisogna prima di tutto dare una prima descrizione delle strutture interne dell’orecchio, le quali sono in grado di percepire i suoni.

Con cosa ascolta i suoni? - Gli elasmobranchi posseggono esclusivamente i labirinti associati all’orecchio interno, e non possiedono organi accessori per la ricezione dei suoni, presenti in altri pesci: quali la vescica natatoria, connessioni ossee tra la vescica natatoria ed i labirinti.

Com’è fatto l’orecchio di uno squalo - Ogni labirinto include 3 canali semicircolari membranosi ripieni di un fluido (fluido endolinfatico), indicati in fig.1 come canale anteriore verticale, canale posteriore verticale, e canale orizzontale (nella maggior parte delle specie animali, uomo compreso, vengono spesso descritti semplicemente come canale anteriore, posteriore ed orizzontale). Contiene inoltre due camere relativamente larghe e ripiene anch’esse di fluido, l’utricolo ed il sacculo; con quest’ultimo che si allarga nella sua porzione terminale formando una terza camera più piccola, la lagena. Queste tre aree sensoriali sono coinvolte sia nell’equilibrio che nella percezione dei suoni. Ogni camera è provvista di un epitelio sensoriale, denominato macula (le zone grigie evidenziate in figura 1), contenente le cellule ciliate (“hair cells”) deputate alla captazione dei suoni. Ogni cellula ciliata è costituita da un singolo chinociglio centrale e da stereociglia più piccole (anche fino a 60 unità) che lo circondano (foto 1).

Il movimento delle stereociglia verso il chinociglio genera un aumento del numero di potenziali d’azione per unità di tempo relativamente all’attività spontanea dei neuroni associati all’ottavo nervo craniale. Il movimento opposto, ossia il chinociglio verso le stereociglia, porta ad una diminuzione nel numero dei potenziali d’azione per unità di tempo inviati dagli stessi neuroni al cervello. Nelle maculae, oltre alle cellule ciliate, sono presenti piccole concrezioni calcaree denominate otoconi (Foto 2), tenute insieme da una matrice extracellulare. Tale massa, denominata strato otoconiale (“otoconial layer”), è importante quale organo di equilibrio e per la percezione degli stimoli gravitazionali. Quando la testa si muove, la densa massa otoconiale rimane indietro per via dell’inerzia ad essa associata. Ciò provoca uno sforzo di taglio nella matrice extracellulare (“gel layer”), che è percepito dalle cellule ciliate presenti nella zona sottostante (Fig.2).

Altra caratteristica importante è che il sacculo, nella sua porzione apicale, si restringe a formare il dotto endolinfatico (fig.1), che attraversa la fossa parietale terminando direttamente in un piccolo poro sulla superficie esterna, detto poro endolinfatico (Fig. 3)

Tale poro endolinfatico permette in definitiva una comunicazione diretta tra l’esterno (l’ambiente marino) e le strutture associate all’orecchio interno. Il dotto endolinfatico è ripieno di fluido endolinfatico ad alto contenuto in ioni. Per le sue caratteristiche, si è ipotizzato che tale connessione possa funzionare come sito di rilascio dello spostamento associato alle onde sonore, dato che ogni flusso verrà propagato dall’esterno fino al sacculo.

Negli elasmobranchi è presente un’ulteriore macula che non è presente negli altri pesci: la macula neglecta. Una prima fondamentale caratteristica di tale macula è che non contiene otoconi (presenti come già detto nelle macule del sacculo, utricolo e lagena), ma soltanto cellule ciliate. In ragione di ciò si può ipotizzare che l’epitelio sensoriale di tale macula sia importante per la percezione dei suoni e non per l’equilibrio o la ricezione degli stimoli gravitazionali. A tal proposito Lowenstein &  Roberts (1951) hanno trovato che le macule della lagena e dell’utricolo in una specie di razza (Raja clavata) non rispondono a stimoli vibrazionali ma bensì gravitazionali. La sensibilità alle vibrazioni era invece fornita da una piccola porzione di epitelio sensoriale della macula dell’utricolo (denominata lacinia), ma soprattutto dai 2/3 anteriori dell’epitelio associato alla macula neglecta. Ciò indica che l’epitelio sensoriale associato alla macula neglecta è particolarmente stimolato dalle vibrazioni. In seguito a tale scoperta gli stessi autori suggerirono che la macula neglecta fosse un importante organo usato dagli squali per la percezione dei suoni.

Ulteriori prove a conferma di tale conclusione vennero dalle ricerche di Corwin (1981) sullo squalo limone (Negaprion brevirostris). Durante i suoi esperimenti  esaminò la risposta neuronale dell’ottavo nervo cranico, quello associato al senso dell’udito, dopo aver lesionato tramite elettrocauterizzazione prima la macula del sacculo ed in seguito la macula neglecta. Nel primo caso si registrava una notevole riduzione delle capacità auditive negli esemplari, mentre nel secondo venivano perse del tutto. Ciò dimostra che le hair cells della macula neglecta sono principalmente responsabili della percezione dei suoni negli elasmobranchi. In tale percezione è altresì importante, la posizione della macula neglecta rispetto alle altre strutture associate all’orecchio interno prima descritte, nonché la sua vicinanza alla fossa parietale. Come si può vedere in figura 3, l’epitelio della macula neglecta è posto nel dotto del canale semicircolare posteriore, il quale prende contatto anteriormente con un’apertura membranosa posta alla base della fossa parietale, la finestra ovale. Posteriormente, invece, il dotto termina nell’aspetto dorsale del sacculo, in una struttura trasparente e sottile analoga alla finestra rotonda presente nell’orecchio interno dei mammiferi. Per capire cosa ciò comporti , si rimanda il lettore alla consultazione di questo link, ove è possibile avere una spiegazione piuttosto semplice ma altrettanto efficace di come avvenga la percezione del suono nei mammiferi, uomo compreso.

Molto semplicemente, l’onda sonora, se dotata di sufficiente intensità ed adeguata frequenza, riesce a far entrare in vibrazione la membrana timpanica. Da qui l’energia associata all’onda viene convertita in energia pressoria ed amplificata dalla catena degli ossicini dell’orecchio medio (martello, incudine, staffa), che la trasmettono alla membrana della finestra ovale e da questa alla perilinfa (incomprimibile) che riempie la cavità del labirinto osseo, che a sua volta la trasmette alla membrana della finestra rotonda. Da qui l’impulso verrà stimolato nel nervo che lo invierà al cervello. Ciò indica che i mammiferi sono in grado di percepire le intensità dei suoni.

Il suono altro non è che un’onda che si propaga nel mezzo, in seguito ad una vibrazione subita da un corpo elastico. Immaginiamo di colpire con la nostra mano la scrivania sulla quale stiamo lavorando: La scrivania rappresenta l’oggetto che viene fatto vibrare e tale vibrazione viene trasferita alle nostre orecchie dal mezzo aria. I suoni, infatti , si propagano attraverso mezzi elastici, quali l’aria e l’acqua. La differenza fondamentale è che l’intensità di questi mezzi è molto diversa, ed influenza la velocità di propagazione del suono, che nell’acqua è circa 5 volte superiore a quella dell’aria a parità di intensità. La membrana timpanica funziona da trasduttore di pressione dell’intensità associata all’onda sonora: maggiore è l’intensità di un suono e maggiore sarà la pressione esercitata da tale suono sulla membrana timpanica. Tale pressione verrà accoppiata alla catena degli ossicini dell’orecchio medio ove verrà amplificata e trasferita all’orecchio interno tramite la finestra ovale. I pesci dotati di vescica natatoria sono anch’essi in grado di percepire la componente pressoria associata ai suoni, poiché la vescica stessa funziona in modo simile alla membrana timpanica, riuscendo a percepire le variazioni di pressione associate ai suoni.

Gli squali, come abbiamo detto all’inizio, non sono dotati di strutture analoghe per poter percepire la componente pressoria associata all’onda sonora e trasmessa dal mezzo acqua. Quale componente fisica riescono allora a percepire?

Il mezzo acqua è composto da particelle. Quando una particella viene raggiunta da un’onda sonora (ciò vale anche nel mezzo aria), subisce uno spostamento lungo la direzione di propagazione, acquistando inoltre una velocità lungo la direzione di propagazione dell’onda sonora e subendo inoltre un’accelerazione lungo la stessa direzione. Spostamento, velocità, ed accelerazione rappresentano ciò che prende il nome di “particle displacement” delle molecole d’acqua che se le passano attraverso gli urti. Gli squali sono quindi in grado, attraverso le cellule ciliate presenti nell’epitelio delle macule, di percepire la “particle displacement” associata al suono, che gli dà informazioni sulla direzione della fonte di origine del suono e presumibilmente anche della sua distanza. Alcune recenti ricerche però (Fraser et al, 2002, Heupel, 2003) dimostrerebbero che in realtà gli squali sarebbero in grado di percepire variazioni pressorie del mezzo acqua. Un’ipotesi molto interessante venne fatta in tempi non sospetti nel 1974 da un gruppo di ricercatori: Fay, Kendall, Popper e Tester. Studiando le caratteristiche anatomiche della macula neglecta e la risposta alle vibrazioni sonore, ipotizzarono che la finestra ovale, presente in figura 3, potesse in qualche modo funzionare da trasduttore di pressione. Un po’ come succede nei mammiferi per la membrana timpanica.

Ovviamente ulteriori studi dovranno avvalorare tale tesi, ma ciò che si può affermare con una certa sicurezza è che se gli squali riescano a percepire la componente “pressoria” dei suoni, oltre che la “particle displacement” associata alle molecole d’acqua, la macula neglecta gioca un qualche ruolo fondamentale nel processo sensoriale. A ulteriore dimostrazione di quanto finora detto, si possono citare gli studi effettuati da Corwin pubblicati nel 1978, in cui si mette a confronto la struttura anatomica dell’orecchio interno di 6 specie di elasmobranchi (fig.4)

Come si può notare dalla figura, c’è una notevole differenza di forma e dimensioni nelle strutture tra le specie batiali (Myliobatis e Torpedo) e quelle pelagiche (Carcharhinus e Notorynchus) e bentopelagiche (Mustelus e Ginglymostoma), soprattutto nella forma e dimensione del dotto del canale posteriore e del sacculo. Nel Carcharhinus e nel Notorynchus il dotto è più grande ed è molto prossimo alla finestra ovale. Nelle altre specie, più bentoniche, risulta invece più distante dalla stessa. Le specie di elasmobranchi considerate pelagiche sono primariamente piscivore, mentre quelle più prossime al substrato lo sono in minor misura. Anche il sacculo e l’utricolo, e le relative macule ad essi associate, risultano più grandi nelle specie pelagiche/piscivore. E’molto probabile quindi l’esistenza di una correlazione diretta tra la forma e la posizione della macula neglecta negli squali ed il tipo di strategie alimentari; ed è rilevante il fatto che le specie a strategia alimentare mista (eurifaghe), quali il Mustelus ed il Ginglymostoma, mostrino una struttura e disposizione del dotto posteriore intermedia. In ragione di quanto finora detto appare evidente la necessità di ulteriori e più approfondite ricerche sulle funzioni delle cellule sensoriali presenti nell’epitelio della macula neglecta.

Una volta descritte le strutture anatomiche deposte alla percezione dei suoni, resta da spiegare quale range di suoni sia audibile dagli elasmobranchi. Per determinare tale range si effettua una serie di esperimenti che portano alla costruzione di un’audiogramma. Un’audiogramma rappresenta la curva di risposta di una specie animale, uomo compreso, ai suoni per ogni specifica frequenza. In figura 5 è rappresentato un audiogramma umano, ed in figura 6 un audiogramma di squalo nutrice (Ginglymostoma cirratum).

L’audiogramma ha una cratteristica forma ad U, poiché la soglia (threshold) richiesta per ogni specifica frequenza aumenta verso gli estremi del range audibile, e diminuisce nelle frequenze intermedie. Il range audibile nell’uomo va dai 16 Hz ai 20 kHz, mentre nello squalo nutrice va più o meno dai 100 Hz fino ad 1kHz. Ciò vuol dire che gli squali sono in grado di udire suoni a bassa frequenza (come spiegato sopra solo la componente di “particle motion”), con un range ottimale tra i 200 ed i 600 Hz. Diverse ricerche dimostrano che tali frequenze sono le stesse emesse dai movimenti di pesci in difficoltà. Pertanto è probabile che gli squali siano in grado di percepire prede in difficoltà o durante il nuoto, ma non si è ancora certi delle distanze massime alle quali tali suoni possano essere percepiti dagli squali stessi. Ulteriori studi sono necessari per capire quale importanza abbia il senso dell’udito per la biologia della specie.

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Per saperne di più:

Casper, B.M., Mann, D.A. 2006- Evoked potential audiograms of the nurse shark (Ginglymostoma cirratum) and the yellow stingray (Urobatis jamaicensis). Environm. Biol. Fish. 76(1), 101-108

Corwin, J.T., 1978- The relation of inner ear structure to the feeding behavior in sharks and rays. Scanning Electron Microscop. II, 1105-1112

Corwin, J.T. 1981b- Peripheral auditory physiology in the lemon shark: evidence of parallel otolithic and non-otolithic sound detection. J. Comp. Physiol. 142A: 379-390

Fay, R.R., Kendall, J.I., Popper, A.N., Tester, A.L. 1974- Vibration detection by the macula neglecta of sharks. Comp. Biochem. Physiol. 47A: 1235-1240

Fraser, P.J., Shelmerdine, R.L. 2002- Dogfish hair cells sense hydrostatic pressure. Nature 415,(2) , 495-496

Heupel, M.R., Simpfendorfer, C.A., Hueter, R.E. 2003- Running before the storm: blacktip sharks respond to falling barometric pressure associated with tropical storm Gabrielle. Journal of Fish Biology 63(5), 1357-1363 (7)

lovell, J.M., Findlay, M.M., Harper, G.M., Moate, R.M. 2007- The polarization of hair cells from the inner ear of the lesser spotted dogfish Scyliorhinus canicula. Journal of Fish Biology 70, 362-373

Lowenstein, O., Roberts, T.D.M. 1951- The localization and analysis of the responses to vibration from the isolated elasmobranch labyrinth. A contribution to the problem of the evolution of hearing in vertebrates. J. Physiol. 114: 471-489

Myrber, A. 2001- The acoustical biology of elasmobranchs. Environmental Biology of Fishes 60: 31-45

Roberts, B.L. 1978- Mechanoreception and the behaviour of elasmobranch fishes with special reference to the acousticolateralis system. pp. 331-390. In: E.S. Hodgson 6 R.R. Mathewson (ed.) Sensory Biology of Sharks, Skates and Rays, U.S. Government Printing Office, Washington D.C.

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gli squali del Mediterraneo fanno il giro del mondo

12 Giugno 2008

Strepitosa la diffusione che ha avuto, e sta ancora avendo, la notizia della scomparsa dei grandi predatori dal Mediterraneo. Speriamo che i nostri politici capiscano che è ora di fare qualcosa…. E se non lo capiscono da soli, ci pensiamo noi con la nostra petizione: salvate i nostri squali!

Stampa internazionale / International press coverage of the Lenfest report on Med Sharks decline

Stampa italiana / Italian press coverage :

Altri / Other:

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SOS squali: la scomparsa dei grandi predatori del Mediterraneo

11 Giugno 2008

Uno studio italo canadese pubblica cifre raggelanti: negli ultimi duecento anni il 97% di verdesche, squali volpe, squali martello, mako e smeriglio è sparito dal Mediterraneo. Dobbiamo convincere i nostri ministri a far qualcosa: firma anche tu la petizione! (foto Oceana)

Immaginate di cancellare quasi completamente i leoni dall’Africa. Cosa succederebbe a zebre, antiolopi e gazzelle, che con i leoni condividono la savana? Gli animali più deboli continuerebbero a vivere - così come i malati, che in breve tempo contagerebbero gli animali sani. Per non parlare di tutte quelle bocche in più da sfamare: troppe zebre, troppe antilopi, troppe gazzelle si contenderebbero lo stesso filo d’erba, la stessa preda, lo stesso spazio che, se prima era sufficiente per sfamare un certo numero di animali ora, con numeri gonfiati a dismisura dalla mancanza di predatori, non lo è più. I cambiamenti dell’ecosistema, insomma, sarebbero notevoli, e le conseguenze pesanti.

Trasferiamoci al mare. Prendete alcuni dei grandi squali predatori: il martello, lo squalo volpe, il mako, lo smeriglio, la verdesca. E cancellatene il 97%: perché tanti sono gli squali scomparsi in Mediterraneo negli ultimi 200 anni secondo un team di ricercatori italo-canadesi che ha appena pubblicato sulla rivista scientifica Conservation Biology (qui il lavoro in inglese, qui un riassunto in italiano). Cosa succede al mare eliminando la quasi totalità dei grandi predatori? Gli effetti si fanno sentire sulle loro prede - e le prede delle loro prede, le cui popolazioni si modificano in modo imprevedibile. Ma certo.

Cosa ha portato allo sterminio di massa i grandi squali mediterranei? Come sempre l’uomo, attraverso la pesca (diretta o indiretta) e le profonde modifiche che ha inferto all’ambiente stravolgendo le zone di accrescimento e di riproduzione degli squali. Gli squali, infatti, crescono lentamente e generano pochi piccoli solo dopo molti anni e, semplicemente, non riescono a riprodursi abbastanza velocemente per rimpiazzare i milioni di squali pescati quotidianamente.

Questo rapporto sottolinea l’urgenza di far qualcosa prima che sia troppo tardi - sempre che si sia ancora in tempo, visto che queste specie sono “funzionalmente estinte”. E ora abbiamo una grande opportunità: a fine anno l’Unione Europea scriverà il primo piano di gestione della pesca agli squali. Lo discuteranno i ministri della pesca di tutti i paesi a Bruxelles. Se vuoi chiedere anche tu al ministro Zaia di impegnarsi per la protezione degli squali mediterranei ed europei, firma la petizione!

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Tutta colpa di Fiorello!

10 Giugno 2008

“Salta” dal Tg1 delle 20 il servizio sugli squali per colpa di Fiorello, spostato a oggi, mercoledì11, alle 13.30.

Va bene, lo ammetto. Ci sono rimasta proprio male. Aspettavo la notizia alla quale avevamo lavorato tutto il giorno (beh, non solo per il Tg1 ma anche per l’Ansa, Reuters, il Corriere, RDS, Le Monde, the Times, the Guardian, la BBC………) …. e invece non è arrivata. Una telefonata della giornalista ha chiarito il mistero: il collegamento con Fiorello che parlava degli europei di calcio aveva rubato lo spazio dei nostri squali e quello di un altro servizio.

Uffa!

Però niente problemi: il servizio andrà in onda domani sul tg1 delle 13.30. E sul sito del tg1. Insomma, domani si parlerà molto di squali in Italia, perché alle 11 presenteremo un rapporto sullo stato degli squali in Mediterraneo redatto da un team di ricercatori italo-canadesi. Di cosa si parla?

Del fatto che gli squali in Mediterraneo negli ultimi duecento anni sono diminuiti in modo terrificante.

Ne parliamo domani!

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Crittercam, il Grande Fratello degli squali tigre

29 Maggio 2008

la crittercam su uno squalo tigre, ph. Stuart PhilpottCosa fanno gi squali tigre tutto il giorno in mare? Il National Geographic ha inventato una geniale piccola telecamera chiamata Crittercam, che registra video, audio e in più agisce come “scatola nera” registrando altri dati come tempo, temperatura, profondità. Insomma, spia la “vita privata” degli animali marini: è stata infatti applicata nel tempo a squali, balene, capodogli, foche.

La Crittercam fornisce un video “soggettivo” di come lo squalo interagisca e comunichi con i suoi simili, di come caccia, si nutre, si accoppia e dei suoi viaggi. Conoscere qualcosa in più delle abitudini degli squali fornirà ai ricercatori informazioni importantissime per assicurare la sopravvivenza di questa specie.
La Crittercam viene assicurata alla pinna dorsale di uno squalo tigre, e già questo non è cosa da poco, visto che è cosa da fare a mano! Peso e dimensioni sono molto limitati e non danneggiano gli animali né modificano il loro normale comportamento. Lo strumento è infatti lungo 32 centimetri per un diametro di 8 che, per animali di dimensioni notevoli con gli squali tigre, rappresenta un peso sopportabile. Cosa circa 10.000 dollari USA – costo che non tiene però conto del tempo (decenni) e dei costi dello sviluppo di questo prodotto, inclusi quei pochi strumenti che si sono persi.
La Crittercam è dotata di un meccanismo di rilascio programmato per attivarsi dopo qualche tempo – nel caso degli squali tigre per non più di una o due ore. Quando si stacca, la Crittercam, che è molto leggera, sale rapidamente in superficie da dove inizia a trasmettere un segnale. A quel punto è compito dell’equipaggio trovarla e recuperarla.

Stuart Philpott, un giornalista subacqueo inglese che ci ha inviato testo e foto, è da poco ritornato da Aliwal Shoal per un servizio fotografico sugli squali sudafricani.

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acchiappa la corrente con la coda di squalo

26 Maggio 2008

Con la loro forma affusolata e la coda falcata e rigida, gli squali oceanici come squalo bianco, mako e smeriglio sono fra i più forti ed efficienti nuotatori al mondo. A loro si sono ispirati due ricercatori dell’Università di Sydney per ottenere energia pulita e rinnovabile dal mare: attraverso una coda meccanica che ondeggia nella corrente accumulando l’energia delle onde e delle correnti.

E’ il concetto del bioingegneria, cioè l’utilizzo di elementi naturali in sistemi ingegneristici” ha dichiarato Tim Finnigan della Sydney’s School of Civil Engineering che, con il dottorando Andrew Caska, oltre alla coda meccanica ha ideato un altro strumento ispirato alle alghe marine. Lunga 15 metri e alta 12, la coda meccanica può produrre 1 megawatt di energia. “Lo squalo usa l’energia muscolare per ondeggiare il fianco da un lato all’altro. Noi utilizzeremo la corrente marina per spostare la coda meccanica, accumulando l’energia in un generatore elettrico” ha spiegato il Dr Finnigan.

La coda e l’alga sono ancorati sul fondo marino attraverso una base ispirata alle “radici” delle piante marine, che distribuisce il carico attraverso rami. Entrambe le strutture si orientano a seconda della direzione delle correnti.

Guardate l’animazione della coda meccanica cliccando qui

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ami salva-squali in futuro?

21 Maggio 2008

Trovata forse la soluzione per evitare che gli squali finiscano nei palangari dedicati a tonni e pescispada? Forse, anche se ci vorrà ancora tempo e lunghe sperimentazioni. Ma il risultato è promettente e importante, perché il by-catch, la cattura accidentale in attrezzi di pesca dedicati ad altre specie, è la principale ragione di mortalità degli squali in tutto il mondo e soprattutto in Mediterraneo (guarda il video). I numeri sono impressionanti: si stima infatti che dagli 11 ai 13 milioni di squali finiscano accidentalmente nelle reti, in numero spesso superiore a quello delle specie per cui si è dispiegato l’attrezzo di pesca. Anche per i pescatori il by-catch è un problema, visto che riduce l’efficacia dei loro attrezzi di pesca.

Ma cos’hanno scoperto i ricercatori americani del NOAA? Che gli squali plumbei [scheda su questo squalo, studiato da MedSharks in Mediterraneo] evitano alcune leghe di metallo, che reagiscono con l’acqua salata producendo un campo elettrico che li disturba (qui il comunicato stampa del NOAA). La presenza del “palladium neodymium” [non chiedetemi di tradurvelo perché non ne ho idea - c'è qualche chimico fra noi che possa aiutarci?] altera chiaramento il nuoto degli squali e ne inibisce temporaneamente l’alimentazione. Il campo elettrico generato dal metallo a contatto con l’acqua salata è infatti probabilmente così intenso da disturbare i delicati e sensibilissimi sensi dello squalo.

I singoli individui di squalo plumbeo non si avvicinavano mai a meno di mezzo metro dal blocco di metallo, né si cibavano delle esche che vi erano appese a una ventina di centimetri di distanza” ha spiegato Richard Brill, ricercatore del NOAA e responsabile del Cooperative Marine Education and Research (CMER) Program al Virginia Institute of Marine Science. “Lo studio dimostra chiaramente che questa lega può agire come repellente per gli squali nei palangari pelagici. E’ un primo passo molto promettente, anche se ora bisogna studiare le dimensioni ottimali e la forma da dargli e, soprattutto, testarlo in mare aperto e non solo in laboratorio“.

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come ti ascolto lo squalo bianco

23 Aprile 2008

Andrea Dell’Apa, un giovane ricercatore italiano, è da poco rientrato da un periodo di lavoro sullo squalo bianco al South African Marine Predator Lab (tra l’altro di un ricercatore italiano, Enrico Gennari, autore della foto sotto). Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza.

foto Enrico Gennari, SamplaL’attività di ricerca che svolgevamo era divisa su due fronti.
Un primo studio era rivolto a capire quanti squali bianchi siano presenti a Mossel Bay e come tale numero vari nel corso dell’anno. Ad esempio, sappiamo che da maggio a settembre arrivano squali bianchi più grandi.
Per tale azione si pasturava con fegato di squalo in modo da lasciare una scia dietro la barca. Gli squali la percepivano ed arrivavano fino alla barca, dove cercavamo di farli rimanere il più a lungo possibile con l’utilizzo di una bait rope, una cima su cui erano attaccate teste di pesce (quelle di tonno funzionano meglio perchè hanno un più alto conenuto in lipidi ed olio). A questo punto effettuavamo fotoidentificazione degli esemplari, lavorando principalmente sulle pinne dorsali, ma anche su macchie e cicatrici presenti su tutto il corpo. A volte effettuavamo anche un prelievo di campioni di pelle per conto di un’università scozzese che li aveva richiesti per studi genetici in corso.

La seconda attività riguardava il tracking degli esemplari (uno in verità finchè sono stato li) mediante telemetria acustica. La parte più difficile è stata quella di posizionare il trasmettitore alla base della pinna dorsale…..non è per niente semplice.
Una volta posizionato si può seguire lo squalo anche senza vederlo fino a che le batterie del trasmettitore reggono, generalmente durano qualche mese. Si immerge l’idrofono in acqua, collegato ad un ricevitore, e si può sentire un “bip” se lo squalo si trova in un raggio di 600-700 metri. Ovviamente più è vicino lo squalo all’idrofono e più il segnale in cuffia è forte. Se lo squalo ad esempio si sposta a destra, il segnale sarà più forte spostando l’idrofono ad ore 1-2.
Andrea al lavoro Si lavora in coppia: skipper ed addetto all’idrofono. Il secondo dà la direzione e la velocità al primo: ad esempio “procedi ad ore 11, intensita del segnale bassa, aumenta velocità”
Quando si raggiunge una distanza di circa 100 metri si dà la posizione - lo scopo infatti non è quello di… investire lo squalo ma solo di seguirlo senza influenzare il suo comportamento.
Il ricevitore inoltre registra la posizione, la profondità e la temperatura dell’acqua inviategli dal trasmettitore. Da questi dati si può vedere come gli squali vengano influenzati dai parametri fisici dell’acqua. Alcuni studi infatti dimostrano che gli squali bianchi sarebebro influenzati dalla temperatura dell’acqua, preferendo temperature non inferiori ai 15-16 gradi, anche se in casi eccezionali possono trovarsi anche in acque inferiori ai 10 gradi.
Tali studi aiuteranno a capire quali siano le preferenze ecologiche della comunità locale, ed aiuteranno a capire meglio il loro comportamento migratorio.

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studiare le mante (video)

10 Aprile 2008

Mini documentario della Save Our Seas Foundation sulle attività di ricerca di Bob Ruben, che studia le mante nell’arcipelago messicano di Socorro.

Cosa fanno le mante nell’arcipelago? Hanno dei luoghi particolari dove passano gran parte del tempo? Lasciano le isole di notte? Per rispondere a queste domande, il ricercatore ci mostra come le equipaggia con piccoli strumenti acustici: quando l’animale passa in prossimità di alcune boe di ascolto piazzate in diverse zone del reef, viene registrata l’ora e il passaggio della manta.

Ma le mante sono animali migratori e Socorro è solo una tappa nel loro lungo cammino. Per scoprire dove vanno e svelare le loro rotte il professor Ruben utilizza i tag satellitari, che registrano posizione e profondità dell’animale per lunghi mesi. I tag sono programmati per staccarsi automaticamente dal dorso dell’animale e, una volta in superficie, mandano i dati a un satellite che li rimbalza a terra. Tutto questo in un video davvero interessante!

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shark taggers in TV

7 Aprile 2008

La televisione americana NBC sta realizzando una nuova serie dedicata ai  biologi marini che si occupano di squali. Si chiamerà “SharkTaggers”, cioè “marcatori di squali” e andrà in onda nell’estate del 2009.

Lo show, che durerà un’ora, seguirà le attività dei ricercatori e gli spostamenti degli squali grazie ai sofisticati tag satellitari che consentono di controllare i movimenti degli animali durante le loro migrazioni. 

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online il viaggio dello squalo bianco

21 Marzo 2008

juv-gws.jpgSeguite online la maratona di un piccolo squalo bianco rilasciato appena 40 giorni fa dall’acquario di Monterey!

Il giovane squalo bianco rilasciato dall’acquario di Monterey di cui vi avevamo parlato in febbraio sta benone e, dopo cinque mesi in cattività, sta sfogando tutte le sue energie in una lunga maratona.

Dopo aver costeggiato la penisola di Baja California si trova ora - appena 40 giorni dal suo rilascio - all’altezza di Mazatlan, in Messico.

Come facciamo a saperlo? Grazie al tag SPOT (Smart Position-Only Tag) che gli è stato fissato sulla pinna dorsale e che trasmette via satellite la posizione quando l’animale nuota la superficie. Un secondo sensore ci dirà fra qualche mese qual’è stato il profilo delle sue immersioni.

Sul sito del progetto TOPP è possibile seguire il viaggio del piccolo squalo bianco, aggiornato quasi ogni giorno.

La pagina dell’acquario di Monterey sugli squali bianchi

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chi vince fra uno squalo e un pescespada?

13 Marzo 2008

Il pescespada. Almeno nel duello combatto qualche anno fa nelle acque di Tavolara, in Sardegna, quando i pescatori trovarono spiaggiato un grande squalo volpe di quattro metri, morto, con ben 15 cm di spada di pescespada conficcata in testa!!!

occhione Tavolara, foto Romor/TrainitoCos’era successo per scatenare quella lotta fatale possiamo solo immaginarlo: forse avevano litigato per il cibo, visto che entrambi si nutrono anche di calamari. Forse il pescespada si era difeso dall’attacco del grande squalo: i pescispada non vincono sempre, infatti, e sono stati trovati nello stomaco di altri squali volpe occhione.

Al di là della curiosità, questa segnalazione si è dimostrata davvero interessante. Perché lo squalo in questione non era un semplice squalo volpe, ma un “occhione”: una specie considerata molto rara in Mediterraneo - tanto che questo era appena il sesto animale mai segnalato in tutto il nostro mare. E inoltre era una femmina, che in pancia portava due piccoli di 40 cm di lunghezza l’uno.

Fortunatamente in zona c’erano Mario Romor ed Egidio Trainito (gli stessi che ci hanno segnalato gli squali elefante a fine gennaio) che scattarono queste foto e le misero in un cassetto. Se ne ricordarono anni dopo, quando lanciai Osservatorio Mediterraneo: raccoglievo da diportisti, pescatori e sub segnalazioni di squali, tartarughe, balene e foche monache e le “giravo” ai ricercatori. Segnalazioni, fra cui questa, che si sono tradotte in almeno quattro lavori scientifici: Marino Vacchi, Fabrizio Serena e Giuseppe Notarbartolo di Sciara presentarono questa segnalazione a un congresso internazionale a Monterey.

occhione Tavolara, foto Romor/Trainito“Riesumiamo” questo avvistamento un po’ datato (risale al 1994) per diverse ragioni. Primo perché è interessante: oltre a essere una specie rara, si trattava del primo, e finora unico, caso di attacco fatale pescespada-squalo segnalato al mondo. Poi perché lo squalo volpe occhione è una specie che mi sta particolarmente a cuore: proprio oggi abbiamo finito le revisioni e inviato un lavoro scientifico alla rivista Journal of the Marine Biological Association che riguarda questa stessa specie. Ve ne parleremo nel prossimo post.

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11 anni in libertà

11 Marzo 2008

squalo marcato dal Mote Marine Lab3.925 giorni: tanto è durata la liberta di un piccolo squalo “Atlantic sharpnose” pescato, marcato e ripescato undici anni dopo in Florida. Lo squaletto era infatti uno delle migliaia cui i ricercatori del Mote Marine Laboratory avevano applicato una targhetta di riconoscimento per studiarne abitudini e spostamenti.

Marcato nel 1996 al largo di Pensacola, in Florida, è stato ricatturato ad appena 103 miglia di distanza da un pescatore che ha poi recapitato ai ricercatori la sua targhetta: fra i 16.000 animali marcati nei 17 anni di attività del Mote, questo è lo squalo che ha resistito più a lungo in mare.

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L’”Atlantic sharpnose” (Rhizopriodon terranovae - non esiste traduzione in italiano, visto che questa specie vive lungo le coste orientali americane) è uno squaletto di piccole dimensioni, lungo poco più di un metro, che si nutre prevalentemente di piccoli pesci. Con la scomparsa degli squali più grandi, di cui era spesso vittima, questa specie è fra quelle il cui futuro desta meno preoccupazione.

La marcatura è l’unico modo per imparare a conoscere la crescita e gli spostamenti degli squali. In questo caso la marcatura è stata fatta con una semplice targhetta grazie alla quale si è potuti risalire alla data e al luogo di marcatura.

“I tag ci forniscono due istantanee della vita dell’animale: dov’è stato marcato e dov’è stato ricatturato” spiega Bob Hueter, direttore del Mote’s Center for Shark Research. “Alcune specie si spostano poco mentre altre compioni migrazioni di migliaia di miglia; in molte specie, più vecchio è lo squalo e maggiore la distanza percorsa. In questo caso, la ricattura ci dice anche che il sistema funziona: i tag possono rimanere nel corpo dello squalo anche per molti anni”.

Ripescare lo squalo a poca distanza da dove era stato marcato non vuol dire necessariamente che sia rimasto lì tutto il tempo: molte specie si allontanano anche di centinaia o migliaia di chilometri per poi ritornare nello stesso luogo, spesso un’area di nutrimento, di accoppiamento o di nascita. Per conoscere gli spostamenti precisi degli squali, i ricercatori utilizzano degli strumenti molto più sofisticati - e costosi: i tag satellitari, in grado di registrare continuamente la posizione dell’animale e di restituire il tracciato preciso dei suoi spostamenti. Sempre che funzionino, naturalmente, perché nonostante il costo, questa tecnologia è ancora affidabile solo al 50%!

Nel caso della marcatura con semplici targhette, tutto dipende dalla cooperazione dei pescatori ricreativi e professionisti che decidono di informare i ricercatori della loro cattura. Ecco alcuni dei risultati più interessanti:

  • James Cooper ha catturato uno squalo leuca dal ponte Bahia Honda nelle Florida Keys che era stato marcato 828 giorni prima, dallo stesso ponte ad appena mezzo miglio di distanza.
  • Andy Miller ha catturato un Atlantic sharpnose vicino a Crystal River, in Florida, marcato 1914 giorni prima ad appena due miglia di distanza.
  • Kathy Dyke ha catturato un leuca nelle vicinanze di Naples (Florida, non Italia!). Lo squalo era stato marcato 277 prima a 5 miglia di distanza.
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come trova da mangiare uno squalo?

28 Febbraio 2008

squalo plumbeo, foto Eleonora de Sabata/MedSharksVi siete mai chiesti come riescano a trovare le loro prede gli squali? Hanno sensi incredibilmente sofisticati, certo, che però funzionano solo quando sono relativamente vicini alla preda. Ma quando sono molto lontani?

Fanno esattamente come noi nello shopping: cerchiamo prima vicino a casa e, se non troviamo nulla, facciamo un tentativo più lontano. Questo tipo di spostamenti a breve raggio con qualche sortita più lontana si chiama “Levy walk”.

La ricerca è stata pubblicata oggi su Nature. David Sims e i suoi colleghi hanno scoperto, analizzando più di un milione di immersioni registrate dai sensori elettronici, che squali, tartarughe, tonni e pinguini a caccia si muovono proprio così: fanno ripetute immersioni a bassa profondità seguite da alcune assai più profonde.

Compiendo simulazioni al computer i ricercatori hanno poi visto che questo tipo di ricerca è molto più efficace, per trovare prede sparpagliate nell’oceano ma riunite in gruppo, che cercare a caso.

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il primo cetorino “targato” del Mediterraneo

27 Febbraio 2008

Il video del primo (e per ora anche unico!) squalo elefante mai “targato” nel nostro mare!

Sarà stata la spinta di Gerry Scotti, sarà stato lo squalo elefante catturato in Sicilia, sarà chissà cosa, ma da qualche giorno a questa parte le pagine più lette di questo sito sono quelle del cetorino. E quindi mi è venuto in mente di mostrarvi un momento importante e spettacolare dell’Operazione Squalo Elefante, pur se è successo un paio di anni fa.

Nel 2006 avevamo infatti ricevuto decine di segnalazioni di cetorini “a spasso” per le acque sarde. Così dopo tre giorni di pedinamenti nelle acque del Parco di La Maddalena, Simona Clò (CTS Ambiente) ed io (MedSharks) abbiamo finalmente scovato, fotografato, filmato e anche marcato: è la prima volta in Mediterraneo!

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le autostrade degli squali

18 Febbraio 2008

Ottimi articoli di Repubblica oggi e del Messaggero sugli squali, notizia rilanciata anche dalle tv!

L’occasione è il congresso della Società Americana per l’Avanzamento della Scienza (Aaas) in corso a Boston dove si è parlato della loro sparizione da tutti i mari (altre 8 specie verranno inserite nella Lista Rossa delle specie a rischio estinzione - ne parleremo più diffusamente in un prossimo articolo) e delle migrazioni degli squali. Gli squali, infatti, viaggiano in mare come su autostrade sottomarine punteggiate di “aree di sosta” e di “cafè”.

Gli articoli sono interessanti e si basano sul comunicato dell’AAAS “Autostrade sottomarine e punti di sosta” che trovate qui.

Ancora due parole sulle ricerche citate. Del Great White Shark Café, punto d’incontro per squali bianchi in mezzo al Pacifico, vi avevamo già parlato qualche settimana fa.

gli spostamenti dello squalo martelloMa anche gli squali martello migrano seguendo tappe ben precise, che nel Pacifico toccano isole e montagne sommerse dal Messico all’Ecuador. Come la celeberrima El Bajo, in Messico, dove si radunano a migliaia in estate - non per cacciare, ma come punto di sosta e probabilmente d’incontro. Le zone di caccia, infatti, sono lontane e gli squali le raggiungono ogni notte seguendo rotte ben precise (clicca sull’immagine).

Come fanno a orizzontarsi di notte, sul fondo del mare? Seguendo le “autostrade magnetiche” tracciate dalle anomalie del sistema magnetico terrestre: lo ha dimostrato Peter Kimley, ricercatore americano del laboratorio di Biotelemetria dell’Università di California Davis, che studia i martello da più di vent’anni. Qui il riassunto di un suo lavoro scientifico del 1984 (”Diel movement patterns of the scalloped hammerhead shark (Sphyrna lewini) in relation to El Bajo Espiritu Santo: a refuging central-position social system”).

Gli squali martello sono stati inseriti nella Lista Rossa 2008 delle specie a rischio di estinzione.

Questi animali non vivono ovunque, ma si concentrano sulle montagne sottomarine o le isole oceaniche” ha spiegato Klimley nel corso del congresso: “Per questo l’istituzione di riserve marine in queste zone potrebbe aiutare molto la protezione di questa specie“.

Se volete approfondire: l’interessante intervista del National Geographic a Peter Kimley , un’altra più generica della PBS e infine una chicca: un fantastico articolo di Klimley (del 2005) sul Scientific American sulle montagne sottomarine.

Klimley ha scritto anni fa un libro: “The secret life of Sharks”. Molto interessante! Lo trovate qui su Amazon.

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un elefante (squalo) in Sicilia (video)

16 Febbraio 2008

foto Gaspare SchillaciUno squalo elefante di oltre 7 m. di lunghezza - innocuo per l’uomo visto che si nutre di plancton - è finito nelle reti nel palermitano. Il cetorino è una specie rara e a rischio estinzione e ogni informazione è utile per la scienza. Occhi aperti, pescatori e diportisti siciliani: altri esemplari nuotano probabilmente nelle vostre acque, quindi… se vedete enormi pinne sulla superficie, avvertiteci!

La notizia ci è arrivata giovedì sera grazie ai ricercatori dell’Università di Palermo, che hanno provveduto a raccogliere campioni biologici importantissimi (come potete vedere nelle foto di Gaspare Schillaci) per una specie così rara come questa.

Lo sfortunato pescione, stando a quanto riferisce la Sicilia (che pur ne ha storpiato il nome!) è finito nelle reti del pescatore Salvatore Olivieri a meno di un miglio dalla costa a San Nicola l’Arena, nel palermitano.

organi sessuali maschili del cetorino, foto G. SchillaciSi tratta di un maschio, come potete vedere dalla foto degli organi sessuali, e stando alle dimensioni era un adulto e aveva quindi superato i 15-16 anni – l’età in cui i maschi diventano sessualmente maturi (le femmine, invece, maturano ancora più in là sia con le dimensioni che con gli anni: dai 16 ai 20 anni, quando raggiungono gli 8 metri di lunghezza). Lo squalo sfortunato potrebbe naturalmente essere stato molto più anziano, visto che questa specie raggiunge e probabilmente supera i 50 anni di età. Ma quanti anni avesse, precisamente, non lo sappiamo perché nessuno è riuscito a studiare l’accrescimento di questi giganti - uno dei molti misteri che ancora non abbiamo svelato della vita degli squali.

Leggi la scheda sullo squalo elefante.

Lo squalo elefante, o cetorino, è totalmente innocuo per l’uomo, visto che si nutre esclusivamente di plancton. E’ uno squalo migratore, che compare sporadicamente a fine inverno lungo le coste italiane seguendo le correnti ricche di plancton.

Uno squalo raro che migra seguendo rotte sconosciute e per giunta spesso lontano dalla costa: per questo se ne sa davvero poco. Un mix infernale per i ricercatori che vogliano approfondirne le conoscenze, ma anche uno stimolo irresistibile per MedSharks e CTS Ambiente che, due anni fa, hanno lanciato l’Operazione Squalo Elefante. Obiettivo: seguire via satellite gli spostamenti di questi animali.

Per poterlo fare è però necessario, ovviamente, prima trovarli. Operazione ardua ma non impossibile, visto che i cetorini passano molto tempo in superficie e possono quindi, con un po’ di fortuna, essere avvistati da pescatori e diportisti. E’ un’occasione rara, ma non impossibile, come testimoniano i vari avvistamenti del 2006 che ci hanno consentito di marcare il primo esemplare del Mediterraneo. E allora, diportisti e pescatori di Sicilia ma anche di tutta Italia, occhi aperti! In caso di avvistamento mandateci subito una email a info @ medsharks .org

Il cetorino fa parte di quel 42% di squali e razze del Mediterraneo a rischio estinzione. Una delle maggiori cause di mortalità nel nostro mare è rappresentato proprio dalle reti nelle quali incappano senza potersi liberare - com’è recentemente accaduto allo squalo di Riva Trigoso (la cui identità - ceotrino o capopiatto- però è ancora in dubbio) e il “cucciolo” di 3 metri di Anzio di qualche mese fa.

Per queste fotografie e per la pronta segnalazione del ritrovamento vogliamo ringraziare Gaspare Schillaci, grande appassionato di squali e nostro assiduo lettore.

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lo spinarolo

8 Febbraio 2008

spinarolo, da elasmodiver.comLo spinarolo (Squalus acanthias) è uno squaletto più di un metro di lunghezza che vive in gruppi di decine e decine di indivui: gli adulti si dividono per sesso, mentre i piccoli vivono in gruppi misti. Si trova ovunque, a qualsiasi profondità e si ciba di sardine, meluzzi, pesci piatti ma anche di calamari, granchi e gamberetti.

Il piccolo spinarolo è uno squalo migratore: si sposta stagionalmente da nord a sud e dalla superficie in profondità a seconda della temperatura dell’acqua. Alcuni esemplari marcati hanno attraversato l’Atlantico e persino il Pacifico, coprendo una distanza, in linea retta, di 6500 km!

pigghaa_ms2002__008.jpgPerché si chiama così - perchè davanti alla pinna ha un aculeo, cui i pescatori debbono prestare molta attenzione!

Quanto vive: è uno squalo molto longevo che probabilmente arriva a 70 e forse anche 100 anni di età. Una curiosità: un esemplare marcato è stato ricatturato 37 anni più tardi!

Riproduzione: E’ lentissima: le femmine raggiungono la maturità sessuale tra i 10 e i 25 anni, cioè a 70 e i 100 cm di lunghezza. La gestazione, fra le più lunghe del regno animale, dura dai 18 ai 24 mesi al termine della quale nascono una media di sei piccoli (da 1 a 20, a seconda delle dimensioni della madre).

spinarolo-on-display_400.jpgCatture: E’ la specie di squalo commercialmente più importante, insieme al palombi, e viene esportata in grandi quantità in tutti i paesi del mondo. La sua carne è spesso utilizzata nel popolare piatto inglese “fish&chips”.

Status: Era probabilmente la specie più abbondante, ma è in declino in tutto il mondo: nel Nord Atlantico è stato classificato come “criticamente in Pericolo” perché è diminuito del 95%.

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In Mediterraneo è classificato come “In pericolo” (Endangered).

Misure di protezione: è stata proposta l’iscrizione nell’Appendice II della CITES - lo stesso livello dello squalo bianco - per regolarne il commercio internazionale. Purtroppo, non è stata accettata: una sconfitta che ancora brucia.

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obiettivo spinarolo

8 Febbraio 2008

spinarolo, foto Antonio VarcasiaPescasportivi a rapporto per aggiornare la mappa della presenza di questi squaletto nei mari italiani!

Nasce oggi Obiettivo Spinarolo, il nuovo progetto di ricerca di MedSharks e CTS Ambiente con la collaborazione della rivista Pesca in Mare e della FIPSAS. Oggi, 8 febbraio, saremo a Bologna al salone della pesca sportiva Fishing Show nel Salotto di Pesca in Mare per presentare questa iniziativa (ulteriore appuntamento domenica 10 febbraio, alle 11.30). Guarda la presentazione

Il nostro progetto è infatti legatissimo al mondo della pesca sportiva: l’esperienza di questi appassionati è fondamentale per capire la situazione attuale di questa specie nei nostri mari.spinarolo-on-display_400.jpgPerché lo spinarolo è a rischio: è iscritto nella Lista Rossa delle specie a rischio estinzione. In Mediterraneo è classificato “Endangered” mentre la situazione è addirittura più grave in Atlantico dov’è definito “criticamente in pericolo“. Sottoposto a una pesca intensiva, questo squaletto dalla vita lunga (70 anni!) e dalla riproduzione lentissima (ha una gestazione di due anni, fra le più lunghe del regno animale) è stato letteralmente spazzato via dai nostri fondali. Per saperne di più sullo spinarolo, leggi qui.

Ma qual’è la situazione attuale? I dati che hanno portato a questa classificazione sono ormai già vecchi. Per questo, per avere una fotografia della situazione attuale nelle acque italiane chiediamo la collaborazione dei pescatori sportivi.frank_withdogfish.jpg

Cosa fare - se sei un pescasportivo e hai voglia di darci una mano, leggi il questionario che trovi qui e manda una mail con le tue risposte a info @ medsharks.org (leva gli spazi, che ho messo per evitare di esser sommersa dallo spam). Ma soprattutto, la prossima volta che peschi uno spinarolo prendi nota di questi dati e poi inviaci le informazioni:

-data

- posizione

- profondità

- esca utilizzata

- quanti spinaroli hai pescato?

- li hai rilasciati?

maschio o femmina?- lunghezza squalo

- è maschio o femmina? (il sesso è facilmente riconoscibile, basta guardare il ventre dell’animale. Il maschio ha due organi sessuali ben visibili, come potete vedere da questa illustrazione)

Se hai fatto delle foto, mandacele allo stesso indirizzo: info @ medsharks.orgGrazie in anticipo della vostra collaborazione!

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liberato in mare uno squalo bianco

7 Febbraio 2008

squalo bianco acquario MontereyE’ tornato in libertà il giovane squalo bianco che da cinque mesi nuotava nell’acquario di Monterey Bay, in California.

Dopo 162 giorni passati nel magnifico acquario americano, dov’è più che raddoppiato di peso passando da 30 a 70kg, il piccolo ha iniziato a dare segni di irrequietezza (è stato visto saltare sulla superficie della vasca!). A quel punto la decisione: lo squalo doveva tornare in libertà, così com’è accaduto in passato per gli altri due esemplari della stessa specie tenuti in cattività dall’acquario.

Prima del rilascio i ricercatori hanno piazzato sul corpo dell’animale due tag satellitari che permetteranno di seguirne gli spostamenti. Il primo raccoglierà i dati per i prossimi 8 mesi, il secondo per i successivi 5. p_2007_topp_map1.jpgI dati saranno interessanti per comprendere meglio le abitudini di questa specie, che abbiamo iniziato a conoscere davvero solo da pochi anni.Grazie alla marcatura satellitare, infatti, si è scoperto che, lungi dall’essere un animale costiero come si era sempre creduto, lo squalo bianco passa lunghi mesi in mare aperto. Gli squali californiani, ad esempio, in primavera si trasferiscono in una zona remota dell’Oceano Pacifico, soprannominata dai ricercatori il White Shark Cafè. A lato il tracciato percorso di un altro piccolo squalo bianco, rilasciato dell’acquario dopo 137 giorni.

Il Monterey Bay Aquarium è l’unico acquario che sia riuscito a mantenere nelle sue vasche questa specie per più di due settimane. Qui una serie di FAQ sul loro progetto squalo bianco.