Archivio per la categoria ‘capopiatto (pesce vacca)’

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Orecchio di squalo

2 Luglio 2008

Andrea Dell’Apa, giovane biologo italiano impegnato nello studio degli squali e in procinto di partire per l’estero per occuparsi di spinaroli, è particolarmente interessato all’udito degli squali. Gli abbiamo chiesto di parlarcene.

Andrea al lavoro Gli elasmobranchi (squali, razze e chimere) sono animali che da un punto di vista sensoriale sono dotati di molte capacità. La più studiata e conosciuta è senz’altro quella legata all’elettrorecezione, tramite le ampolle del Lorenzini. Meno studiato è il senso dell’udito che questi animali possiedono, dovuto al fatto che per molti anni lo studio della struttura anatomica dell’orecchio interno degli squali è stata accantonata.

Infatti molte delle ricerche effettuate sul sistema acustico degli elasmobranchi risalgono ai primi anni ’60 e si sono presocchè interrotte negli anni ’80. La maggior parte di queste linee di ricerca, ovviamente statunitensi, erano finanziate per lo più dalla marina militare americana allo scopo di verificare se gli squali potessero essere respinti da suoni particolari, a protezione dei marinai che eventualmente sarebbero finiti in mare in seguito a naufragi durante azioni di guerra. Tali ricerche però si interruppero quando altre linee di ricerca parallele scoprirono l’efficacia di sostanze che risultavano sgradevoli o repellenti per gli squali stessi e che per tal motivo erano di più facile uso per i naufraghi stessi.

Ma per il mondo scientifico la domanda rimane lo stesso: quali sono i suoni che gli squali sono in grado di percepire?
Per rispondere a questa domanda bisogna prima di tutto dare una prima descrizione delle strutture interne dell’orecchio, le quali sono in grado di percepire i suoni.

Con cosa ascolta i suoni? - Gli elasmobranchi posseggono esclusivamente i labirinti associati all’orecchio interno, e non possiedono organi accessori per la ricezione dei suoni, presenti in altri pesci: quali la vescica natatoria, connessioni ossee tra la vescica natatoria ed i labirinti.

Com’è fatto l’orecchio di uno squalo - Ogni labirinto include 3 canali semicircolari membranosi ripieni di un fluido (fluido endolinfatico), indicati in fig.1 come canale anteriore verticale, canale posteriore verticale, e canale orizzontale (nella maggior parte delle specie animali, uomo compreso, vengono spesso descritti semplicemente come canale anteriore, posteriore ed orizzontale). Contiene inoltre due camere relativamente larghe e ripiene anch’esse di fluido, l’utricolo ed il sacculo; con quest’ultimo che si allarga nella sua porzione terminale formando una terza camera più piccola, la lagena. Queste tre aree sensoriali sono coinvolte sia nell’equilibrio che nella percezione dei suoni. Ogni camera è provvista di un epitelio sensoriale, denominato macula (le zone grigie evidenziate in figura 1), contenente le cellule ciliate (“hair cells”) deputate alla captazione dei suoni. Ogni cellula ciliata è costituita da un singolo chinociglio centrale e da stereociglia più piccole (anche fino a 60 unità) che lo circondano (foto 1).

Il movimento delle stereociglia verso il chinociglio genera un aumento del numero di potenziali d’azione per unità di tempo relativamente all’attività spontanea dei neuroni associati all’ottavo nervo craniale. Il movimento opposto, ossia il chinociglio verso le stereociglia, porta ad una diminuzione nel numero dei potenziali d’azione per unità di tempo inviati dagli stessi neuroni al cervello. Nelle maculae, oltre alle cellule ciliate, sono presenti piccole concrezioni calcaree denominate otoconi (Foto 2), tenute insieme da una matrice extracellulare. Tale massa, denominata strato otoconiale (“otoconial layer”), è importante quale organo di equilibrio e per la percezione degli stimoli gravitazionali. Quando la testa si muove, la densa massa otoconiale rimane indietro per via dell’inerzia ad essa associata. Ciò provoca uno sforzo di taglio nella matrice extracellulare (“gel layer”), che è percepito dalle cellule ciliate presenti nella zona sottostante (Fig.2).

Altra caratteristica importante è che il sacculo, nella sua porzione apicale, si restringe a formare il dotto endolinfatico (fig.1), che attraversa la fossa parietale terminando direttamente in un piccolo poro sulla superficie esterna, detto poro endolinfatico (Fig. 3)

Tale poro endolinfatico permette in definitiva una comunicazione diretta tra l’esterno (l’ambiente marino) e le strutture associate all’orecchio interno. Il dotto endolinfatico è ripieno di fluido endolinfatico ad alto contenuto in ioni. Per le sue caratteristiche, si è ipotizzato che tale connessione possa funzionare come sito di rilascio dello spostamento associato alle onde sonore, dato che ogni flusso verrà propagato dall’esterno fino al sacculo.

Negli elasmobranchi è presente un’ulteriore macula che non è presente negli altri pesci: la macula neglecta. Una prima fondamentale caratteristica di tale macula è che non contiene otoconi (presenti come già detto nelle macule del sacculo, utricolo e lagena), ma soltanto cellule ciliate. In ragione di ciò si può ipotizzare che l’epitelio sensoriale di tale macula sia importante per la percezione dei suoni e non per l’equilibrio o la ricezione degli stimoli gravitazionali. A tal proposito Lowenstein &  Roberts (1951) hanno trovato che le macule della lagena e dell’utricolo in una specie di razza (Raja clavata) non rispondono a stimoli vibrazionali ma bensì gravitazionali. La sensibilità alle vibrazioni era invece fornita da una piccola porzione di epitelio sensoriale della macula dell’utricolo (denominata lacinia), ma soprattutto dai 2/3 anteriori dell’epitelio associato alla macula neglecta. Ciò indica che l’epitelio sensoriale associato alla macula neglecta è particolarmente stimolato dalle vibrazioni. In seguito a tale scoperta gli stessi autori suggerirono che la macula neglecta fosse un importante organo usato dagli squali per la percezione dei suoni.

Ulteriori prove a conferma di tale conclusione vennero dalle ricerche di Corwin (1981) sullo squalo limone (Negaprion brevirostris). Durante i suoi esperimenti  esaminò la risposta neuronale dell’ottavo nervo cranico, quello associato al senso dell’udito, dopo aver lesionato tramite elettrocauterizzazione prima la macula del sacculo ed in seguito la macula neglecta. Nel primo caso si registrava una notevole riduzione delle capacità auditive negli esemplari, mentre nel secondo venivano perse del tutto. Ciò dimostra che le hair cells della macula neglecta sono principalmente responsabili della percezione dei suoni negli elasmobranchi. In tale percezione è altresì importante, la posizione della macula neglecta rispetto alle altre strutture associate all’orecchio interno prima descritte, nonché la sua vicinanza alla fossa parietale. Come si può vedere in figura 3, l’epitelio della macula neglecta è posto nel dotto del canale semicircolare posteriore, il quale prende contatto anteriormente con un’apertura membranosa posta alla base della fossa parietale, la finestra ovale. Posteriormente, invece, il dotto termina nell’aspetto dorsale del sacculo, in una struttura trasparente e sottile analoga alla finestra rotonda presente nell’orecchio interno dei mammiferi. Per capire cosa ciò comporti , si rimanda il lettore alla consultazione di questo link, ove è possibile avere una spiegazione piuttosto semplice ma altrettanto efficace di come avvenga la percezione del suono nei mammiferi, uomo compreso.

Molto semplicemente, l’onda sonora, se dotata di sufficiente intensità ed adeguata frequenza, riesce a far entrare in vibrazione la membrana timpanica. Da qui l’energia associata all’onda viene convertita in energia pressoria ed amplificata dalla catena degli ossicini dell’orecchio medio (martello, incudine, staffa), che la trasmettono alla membrana della finestra ovale e da questa alla perilinfa (incomprimibile) che riempie la cavità del labirinto osseo, che a sua volta la trasmette alla membrana della finestra rotonda. Da qui l’impulso verrà stimolato nel nervo che lo invierà al cervello. Ciò indica che i mammiferi sono in grado di percepire le intensità dei suoni.

Il suono altro non è che un’onda che si propaga nel mezzo, in seguito ad una vibrazione subita da un corpo elastico. Immaginiamo di colpire con la nostra mano la scrivania sulla quale stiamo lavorando: La scrivania rappresenta l’oggetto che viene fatto vibrare e tale vibrazione viene trasferita alle nostre orecchie dal mezzo aria. I suoni, infatti , si propagano attraverso mezzi elastici, quali l’aria e l’acqua. La differenza fondamentale è che l’intensità di questi mezzi è molto diversa, ed influenza la velocità di propagazione del suono, che nell’acqua è circa 5 volte superiore a quella dell’aria a parità di intensità. La membrana timpanica funziona da trasduttore di pressione dell’intensità associata all’onda sonora: maggiore è l’intensità di un suono e maggiore sarà la pressione esercitata da tale suono sulla membrana timpanica. Tale pressione verrà accoppiata alla catena degli ossicini dell’orecchio medio ove verrà amplificata e trasferita all’orecchio interno tramite la finestra ovale. I pesci dotati di vescica natatoria sono anch’essi in grado di percepire la componente pressoria associata ai suoni, poiché la vescica stessa funziona in modo simile alla membrana timpanica, riuscendo a percepire le variazioni di pressione associate ai suoni.

Gli squali, come abbiamo detto all’inizio, non sono dotati di strutture analoghe per poter percepire la componente pressoria associata all’onda sonora e trasmessa dal mezzo acqua. Quale componente fisica riescono allora a percepire?

Il mezzo acqua è composto da particelle. Quando una particella viene raggiunta da un’onda sonora (ciò vale anche nel mezzo aria), subisce uno spostamento lungo la direzione di propagazione, acquistando inoltre una velocità lungo la direzione di propagazione dell’onda sonora e subendo inoltre un’accelerazione lungo la stessa direzione. Spostamento, velocità, ed accelerazione rappresentano ciò che prende il nome di “particle displacement” delle molecole d’acqua che se le passano attraverso gli urti. Gli squali sono quindi in grado, attraverso le cellule ciliate presenti nell’epitelio delle macule, di percepire la “particle displacement” associata al suono, che gli dà informazioni sulla direzione della fonte di origine del suono e presumibilmente anche della sua distanza. Alcune recenti ricerche però (Fraser et al, 2002, Heupel, 2003) dimostrerebbero che in realtà gli squali sarebbero in grado di percepire variazioni pressorie del mezzo acqua. Un’ipotesi molto interessante venne fatta in tempi non sospetti nel 1974 da un gruppo di ricercatori: Fay, Kendall, Popper e Tester. Studiando le caratteristiche anatomiche della macula neglecta e la risposta alle vibrazioni sonore, ipotizzarono che la finestra ovale, presente in figura 3, potesse in qualche modo funzionare da trasduttore di pressione. Un po’ come succede nei mammiferi per la membrana timpanica.

Ovviamente ulteriori studi dovranno avvalorare tale tesi, ma ciò che si può affermare con una certa sicurezza è che se gli squali riescano a percepire la componente “pressoria” dei suoni, oltre che la “particle displacement” associata alle molecole d’acqua, la macula neglecta gioca un qualche ruolo fondamentale nel processo sensoriale. A ulteriore dimostrazione di quanto finora detto, si possono citare gli studi effettuati da Corwin pubblicati nel 1978, in cui si mette a confronto la struttura anatomica dell’orecchio interno di 6 specie di elasmobranchi (fig.4)

Come si può notare dalla figura, c’è una notevole differenza di forma e dimensioni nelle strutture tra le specie batiali (Myliobatis e Torpedo) e quelle pelagiche (Carcharhinus e Notorynchus) e bentopelagiche (Mustelus e Ginglymostoma), soprattutto nella forma e dimensione del dotto del canale posteriore e del sacculo. Nel Carcharhinus e nel Notorynchus il dotto è più grande ed è molto prossimo alla finestra ovale. Nelle altre specie, più bentoniche, risulta invece più distante dalla stessa. Le specie di elasmobranchi considerate pelagiche sono primariamente piscivore, mentre quelle più prossime al substrato lo sono in minor misura. Anche il sacculo e l’utricolo, e le relative macule ad essi associate, risultano più grandi nelle specie pelagiche/piscivore. E’molto probabile quindi l’esistenza di una correlazione diretta tra la forma e la posizione della macula neglecta negli squali ed il tipo di strategie alimentari; ed è rilevante il fatto che le specie a strategia alimentare mista (eurifaghe), quali il Mustelus ed il Ginglymostoma, mostrino una struttura e disposizione del dotto posteriore intermedia. In ragione di quanto finora detto appare evidente la necessità di ulteriori e più approfondite ricerche sulle funzioni delle cellule sensoriali presenti nell’epitelio della macula neglecta.

Una volta descritte le strutture anatomiche deposte alla percezione dei suoni, resta da spiegare quale range di suoni sia audibile dagli elasmobranchi. Per determinare tale range si effettua una serie di esperimenti che portano alla costruzione di un’audiogramma. Un’audiogramma rappresenta la curva di risposta di una specie animale, uomo compreso, ai suoni per ogni specifica frequenza. In figura 5 è rappresentato un audiogramma umano, ed in figura 6 un audiogramma di squalo nutrice (Ginglymostoma cirratum).

L’audiogramma ha una cratteristica forma ad U, poiché la soglia (threshold) richiesta per ogni specifica frequenza aumenta verso gli estremi del range audibile, e diminuisce nelle frequenze intermedie. Il range audibile nell’uomo va dai 16 Hz ai 20 kHz, mentre nello squalo nutrice va più o meno dai 100 Hz fino ad 1kHz. Ciò vuol dire che gli squali sono in grado di udire suoni a bassa frequenza (come spiegato sopra solo la componente di “particle motion”), con un range ottimale tra i 200 ed i 600 Hz. Diverse ricerche dimostrano che tali frequenze sono le stesse emesse dai movimenti di pesci in difficoltà. Pertanto è probabile che gli squali siano in grado di percepire prede in difficoltà o durante il nuoto, ma non si è ancora certi delle distanze massime alle quali tali suoni possano essere percepiti dagli squali stessi. Ulteriori studi sono necessari per capire quale importanza abbia il senso dell’udito per la biologia della specie.

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Per saperne di più:

Casper, B.M., Mann, D.A. 2006- Evoked potential audiograms of the nurse shark (Ginglymostoma cirratum) and the yellow stingray (Urobatis jamaicensis). Environm. Biol. Fish. 76(1), 101-108

Corwin, J.T., 1978- The relation of inner ear structure to the feeding behavior in sharks and rays. Scanning Electron Microscop. II, 1105-1112

Corwin, J.T. 1981b- Peripheral auditory physiology in the lemon shark: evidence of parallel otolithic and non-otolithic sound detection. J. Comp. Physiol. 142A: 379-390

Fay, R.R., Kendall, J.I., Popper, A.N., Tester, A.L. 1974- Vibration detection by the macula neglecta of sharks. Comp. Biochem. Physiol. 47A: 1235-1240

Fraser, P.J., Shelmerdine, R.L. 2002- Dogfish hair cells sense hydrostatic pressure. Nature 415,(2) , 495-496

Heupel, M.R., Simpfendorfer, C.A., Hueter, R.E. 2003- Running before the storm: blacktip sharks respond to falling barometric pressure associated with tropical storm Gabrielle. Journal of Fish Biology 63(5), 1357-1363 (7)

lovell, J.M., Findlay, M.M., Harper, G.M., Moate, R.M. 2007- The polarization of hair cells from the inner ear of the lesser spotted dogfish Scyliorhinus canicula. Journal of Fish Biology 70, 362-373

Lowenstein, O., Roberts, T.D.M. 1951- The localization and analysis of the responses to vibration from the isolated elasmobranch labyrinth. A contribution to the problem of the evolution of hearing in vertebrates. J. Physiol. 114: 471-489

Myrber, A. 2001- The acoustical biology of elasmobranchs. Environmental Biology of Fishes 60: 31-45

Roberts, B.L. 1978- Mechanoreception and the behaviour of elasmobranch fishes with special reference to the acousticolateralis system. pp. 331-390. In: E.S. Hodgson 6 R.R. Mathewson (ed.) Sensory Biology of Sharks, Skates and Rays, U.S. Government Printing Office, Washington D.C.

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squali mediterranei e mercurio: parla lo scienziato

19 Marzo 2008

tunamercury.jpgLa carne di squalo, come quella di tutti i grandi predatori marini, contiene alte concentrazioni di mercurio. Nella loro vita, infatti, questi animali accumulano e non riescono a smaltire le sostanze inquinanti presenti nell’ambiente. Ne abbiamo parlato in passato: perché questo avviene e in che misura.

Ma qual’è la situazione nei mari mediterranei? Lo abbiamo chiesto a Davide Baroni, dell’Università di Siena, che con il suo gruppo si occupa da anni di studiare l’accumulo di composti chimici negli organismi. Ecco il suo parere:

“Squali e mercurio nel Mediterraneo rappresenta un argomento stimolante, considerata la nota anomalia da Hg che caratterizza il nostro mare.

Le specie di maggiori dimensioni e più longeve occupano generalmente il ruolo di top predator nella rete trofica e come tali possono accumulare, per biomagnificazione, quantità non trascurabili di Hg nella sua forma metilata; d’altronde la relazione tra dimensioni del pesce e contenuto di Hg nel muscolo è ben conosciuta.

Tuttavia i dati di letteratura mostrano come le maggiori criticità, se non altro riguardo alla salute del consumatore, siano rappresentate dalle specie bentoniche, di dimensioni ridotte, o da quelle che abbiano rapporti trofico con il fondo.

Le condizioni presenti nel sedimento marino, in particolare quello profondo (potenziale redox, materia organica, microrganismi ecc.), favoriscono la metilazione di Hg e la dieta degli squali bentonici è dunque particolarmente ricca di metilmercurio, che come tale si accumula nei tessuti di queste specie. La normativa europea che definisce i tenori massimi accettabili nei prodotti alimentari (Regolamento CE n° 1881/2006) riporta per il muscolo di queste specie il valore limite di 1 mg/kg di peso fresco.
Potrebbe essere utile distinguerli, in prima approssimazione, secondo i loro habitat in:

  • Bentonici: il Boccanera, già negli individui di taglia minore, mostra nel muscolo contenuti prossimi a 1 mg/kg di peso fresco e nelle taglie superiori può raggiungere 2 - 3, fino a 5 mg/kg; di fronte a Tel-Aviv, a 1500 m di profondità, la stessa specie arriva a 8,8. Il muscolo del Centroforo contiene 9 - 10 mg/kg; il Moretto 1 - 2, fino a 4 mg/kg; il Gattuccio da 0,8 fino a 1,5 mg/kg. Per gli altri Elasmobranchi, Razze e Torpedini hanno valori attorno a 1 - 2 mg/kg.
  • Demersali: considerando alcune specie non tipicamente bentoniche come le precedenti, ma che frequentano i fondali molli (dalle dimensioni generalmente attorno al metro di lunghezza): il Palombo 0,5 - 0,6 mg/kg (valore medio); lo Spinarolo può superare 1 mg/kg. Il record sembra appartenere allo squalo martello (S. zygaena), che vive in prossimità del fondo (ma supera 4 m di lunghezza), con 18 mg/kg di Hg.
  • Pelagici: il Capopiatto (3 - 4 m, considerato pelagico, ma frequenta i fondali profondi) supera i 4 mg/kg (nelle acque a largo di Tel-Aviv); lo squalo volpe 2,2 mg/kg (in Adriatico); nella Verdesca, sempre in Adriatico, sono stati misurati 0,38 mg/kg di Hg come valore medio: dato interessante, considerando che si tratta di una specie strettamente pelagica che si nutre di specie pelagiche.

In sintesi, e con le dovute cautele, dobbiamo aspettarci i maggiori contenuti di mercurio nel muscolo delle specie bentoniche nonostante le dimensioni ridotte (in particolare di quelle batiali) ed in quelle non bentoniche (di dimensioni maggiori), ma non strettamente pelagiche. E’ comunque evidente come possa essere frequente il superamento dei limiti di legge. Il contenuto di Hg nel fegato può essere confrontabile a quello del muscolo, ma generalmente è ben maggiore.

Un severo controllo dei tenori di Hg negli squali di interesse commerciale (l’Italia è uno dei maggiori consumatori al mondo) potrebbe tutelare la nostra salute e frenare la pesca delle specie a rischio di estinzione.

Davide Baroni

P.S. Ringrazio la Dott.ssa Stefania Ancora per il contributo bibliografico indispensabile.”

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come trova da mangiare uno squalo?

28 Febbraio 2008

squalo plumbeo, foto Eleonora de Sabata/MedSharksVi siete mai chiesti come riescano a trovare le loro prede gli squali? Hanno sensi incredibilmente sofisticati, certo, che però funzionano solo quando sono relativamente vicini alla preda. Ma quando sono molto lontani?

Fanno esattamente come noi nello shopping: cerchiamo prima vicino a casa e, se non troviamo nulla, facciamo un tentativo più lontano. Questo tipo di spostamenti a breve raggio con qualche sortita più lontana si chiama “Levy walk”.

La ricerca è stata pubblicata oggi su Nature. David Sims e i suoi colleghi hanno scoperto, analizzando più di un milione di immersioni registrate dai sensori elettronici, che squali, tartarughe, tonni e pinguini a caccia si muovono proprio così: fanno ripetute immersioni a bassa profondità seguite da alcune assai più profonde.

Compiendo simulazioni al computer i ricercatori hanno poi visto che questo tipo di ricerca è molto più efficace, per trovare prede sparpagliate nell’oceano ma riunite in gruppo, che cercare a caso.

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capopiatto filmato a 1000 metri!

6 Febbraio 2008

Fanno un po’ ridere i vari “Oh my God!!!” del commento… ma non è difficile comprendere l’eccitazione dei ricercatori nell’osservare un bel capopiatto di quasi cinque metri a 1000 metri di profondità.

Lo squalo è stato ripreso nell’agosto 2006 da un sottomarino da ricerca sui fondali dell’isola Molokai, nelle Hawaii, e recentemente messo su YouTube. Articolo sull’Honolulu Star Bulletin con maggiori particolari, in inglese.

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squalo elefante a Riva Trigoso

4 Febbraio 2008

Gaspare Schillaci ci segnala la cattura a Riva Trigoso di uno squalo elefante. L’Ansa fornisce i dettagli (mentre noi abbiamo allertato i nostri contatti in zona per verificare la specie visto che potrebbe trattarsi di un pesce vacca o capopiatto- non si sa mai…): “Uno squalo elefante lungo quattro metri e pesante 5 quintali e’ finito in una rete a strascico al largo di Riva Trigoso. Con grande fatica il comandante del pescherecchio Chimera di Sestrisqualo elefante, foto Corbis Levante ed il suo equipaggio hanno issato a bordo la rete, nella quale era rimasto intrappolato il grosso pesce. Nel porto lo squalo elefante, non pericoloso per l’uomo in quanto privo di dentatura (si nutre di plancton), e’ stato venduto all’ingrosso e da domani sara’ sui mercati liguri.

A parte il dispiaciere di vedere un altro squalo a rischio di estinzione morire (pur se accidentalmente) oltretutto ben prima di essersi potuto riprodurre… sono indignata per quel “venduto all’ingrosso“.

A parte che mi pare una follia vendere specie a rischio di estinzione (cosa che comunque accade regolarmente nei supermercati, per esempio con spinaroli e smerigli)… ma il cetorino è una specie protetta, uno dei pochissimi squali ad avere una qualche forma di protezione!!!

L’Italia, infatti, ha ratificato la Convenzione di Berna e quindi per lo squalo elefante (come per il bianco e la mobula) è prevista la protezione e il divieto di cattura, detenzione, commercio e molestia. Purtroppo, però, a questa ratifica non è seguita una legge nazionale che stabilisca la punizione in caso di violazione ai divieti.

Insomma - la protezione è tutta sulla carta, mentre nei fatti non facciamo nulla per salvaguardare questi animali a rischio di estinzione.

Intendiamoci - non stiamo facendo una polemica con il pescatore, che non è andato a caccia di una specie protetta ma si è trovato accidentalmente il cetorino nella sua rete. L’accusa è diretta ai nostri governanti che amano inaugurazioni, ratifiche e dichiarazioni ma non si adoperano per far sì che i nostri animali siano effettivamente protetti. Un buon passo in questa direzione sarebbe l’approvazione definitiva del Piano d’Azione nazionale per la tutela dei pesci cartilaginei e l’impegno del prossimo ministro della pesca in sede europea quando ci sarà da discutere il Piano d’Azione dell’UE.

Simona Clò ci informa che, in ogni caso, “visto il suo peso prima di venderlo bisognerebbe fare il controllo dei metalli pesanti, obbligatorio per gli animali di grossa taglia; inoltre, essendo inserito nella CITES (la convenzione che regola il commercio delle specie a rischio di estinzione) avrebbero dovuto informare la Forestale e avere il loro nullaosta prima di commercializzarlo.

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il “capopiatto”, lo squalo dagli occhi verdi

30 Gennaio 2008

Un profilo di questo enorme squalo abissale, una delle specie studiate in Mediterraneo da MedSharks. Guarda, nell’intervista di LineaBlu, le immagini spettacolari della nostra ricerca.

La cosa che più colpisce del capopiatto (o notidiano capopiatto.gifgrigio, o pesce vacca - insomma l’Hexanchus griseus) è la taglia: le femmine infatti possono raggiungere i 5 metri di lunghezza.

Poi la mancanza della pinna dorsale, quella che molti pensano sia la caratteristica tipica di tutti gli squali (e invece no!).

La sua vera caratteristica è però il numero di branchie: la stragrande maggioranza degli squali ne ha 5, solo una specie ne ha 7 e pochissime ne hanno 6 - tutte appartenenti al genere, ovviamente, Hexanchus.

lo squalo dagli occhi verdiMa la cosa che personalmente più mi ha colpito, la prima volta che l’ho visto sott’acqua, è l’occhio: verde come uno smeraldo. E questa caratteristica ci dice già qualcosa delle sue abitudini, visto che è comune a molti squali di profondità. Di questa specie, comunque, la scienza sa pochissimo: ignoto il suo comportamento, se sia uno squalo migratore o stanziale. Non si sa quanto viva né in quanto tempo si riproduca.

800px-hexanchus_griseus_distmap.pngDove vive - E’ uno squalo di profondità, che vive di solito fra i 500 e i 1000 metri fino a un massimo di 2000, anche se in vicinanza di fondali profondi e canyon sottomarini si può trovare anche attorno i 40-50 metri di profondità. Ma come molti organismi marini, risale regolarmente la notte dagli abissi a minor profondità. I libri lo descrivono come un prigro nuotatore, ma vi assicuro che stargli dietro, quando decide di seminarci, non è per niente facile!

Cosa mangia? La sua dieta è varia: altri squali, razze, pesci come sogliole ma anche pescispada, calamari, gamberi e granchi. Giovanni Simone (grande amico del compiano delfino Filippo di Manfredonia) ci segnala la cattura a fine dicembre di un capopiatto al largo di Vieste: era una femmina di circa 4 metri di lunghezza che aveva nello stomaco due pesci spada, una spigola e una ricciola! Non sappiamo però se li abbia catturati o se, invece, li abbia “rubati” a reti o ami di palangari.

Le nuove generazioni - E’ uno squalo ovoviviparo: questo vuol dire che le uova si schiudono nel ventre della madre e i piccoli completano il loro sviluppo nutrendosi delle uova non fecondate. E’ uno squalo apparentemente molto prolifico, perché può generare da 22 a 108 piccoli dopo, si pensa, almeno un anno di gestazione e probabilmente un anno di pausa. Sconosciuta la sua vita media, che è però probabilmente molto lunga.

Quanti ce ne sono? Il capopiatto non è uno squalo abbondantissimo ma viene regolarmente pescato un po’ ovunque in tutto il Mediterraneo. Il capopiatto è catturato come by-catch; in Italia una pesca diretta a questa specie sembra esistere solo in Liguria e lungo le coste siciliane dove le sue carni sono apprezzate. Le sue carni sono infatti commestibili e, anzi, nella zona di Catania e di Milazzo pare siano particolarmente apprezzate.

nt.jpgStatus: Questo squalo, nonostante generi un gran numero di piccoli, come tutte le specie di alta profondità cresce molto lentamente ed è quindi particolarmente vulnerabile. Dove è stato pescato intensivamente, come in Costa Azzurra, è praticamente scomparso e le catture sono comunque diminuite ovunque. Così la IUCN, l’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura, inserisce la popolazione mediterranea di questo squalo nella Lista Rossa delle specie a rischio di estinzione come “prossima alla minaccia“, il che indica una diminuzione dal 30 al 50% nel giro di tre generazioni. Non è prevista alcuna misura di protezione.
tentativo di marcatura del capopiatto, MedSharks (film R. Rinaldi)

MedSharks studia il capopiatto - Di questa specie, tanto per cambiare, si sa davvero poco. Per questo MedSharks ha iniziato a studiarla nello Stretto di Messina - uno dei pochi luoghi al mondo dov’è possibile osservarli. Grazie alle macchie e cicatrici che hanno sul corpo è possibile riconoscere i diversi individui; è in programma - fondi permettendo - un progetto di marcatura di questi animali per scoprire i loro spostamenti nell’arco dell’anno. Ecco l’intervista su LineaBlu con le spettacolari riprese di Roberto Rinaldi girate insieme lo scorso anno.

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Med: emergenza, 42% squali a rischio estinzione

17 Novembre 2007

Le cifre sono agghiaccianti: il 42% delle specie mediterranee è a rischio di estinzione. E’ la più alta percentuale al mondo. Lo dice l’ultimo rapporto della IUCN, uscito il 16 novembre. Alta la preoccupazione per l’impatto complessivo di questa importante perdita di biodiversitàuntitled-1.jpg

Le cifre sono ufficiali: il 42% delle specie di squali e razze del Mediterraneo è a rischio estinzione. E’ la più alta percentuale al mondo. Lo dice l’ultimo rapporto della IUCN, L’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura, il più grande network al mondo per la salvaguardia della natura, uscito il 16 novembre (qui il comunicato stampa e qui il rapporto completo, entrambi in inglese) che ha esaminato 71 specie di squali razze e chimere.

Per gli esperti il 18% è Criticamente in Pericolo, l’11% in Pericolo e il 13% Vulnerabile. Le altre specie sono per il 18% Quasi a Rischio, per il 26% non si hanno dati sufficienti a valutare il loro stato. Solo il 14% è valutato a uno stato discreto.

iucn_cr.jpgFra le specie Criticamente in Pericolo in Mediterraneo: il pesce angelo, il mako, lo smeriglio (queste ultime due specie catturate dai palangari e commercializzati per la carne e le pinne).

iucn_en.jpgIn Pericolo sono la mobula (praticamente identica alla manta), lo squalo plumbeo (che ci è particolarmente caro, perché oggetto della nostra ricerca MedSharks in Turchia).

iucn_vu.jpg Persino la verdesca, uno fra gli squali più prolifici, è stato classificato come Vulnerabile. La preoccupazione principale non è tanto per la singola specie - per quanto importante possa essere - ma per l’impatto complessivo di questa importante perdita di biodiversità” dichiara Annabelle Cuttelod, coordinatrice della Lista Rossa mediterranea al Centro per la Cooperazione Mediterranea della IUCN.

Il livello di protezione nel Mediterraneo per squali e razze è praticamente inesistente ha dichiarato Domitilla Senni, rappresentante della Shark Alliance, coalizione di oltre 40 associazioni internazionali di cui fa parte anche MedSharks. “Ci auguriamo quindi che il governo italiano intervenga tempestivamente e che attraverso i ministri De Castro e Pecoraro Scanio si attivi una azione sia a livello nazionale che europeo per la tutela di queste specie”.

Non esistono limiti nella pesca di squali e razze in Mediterraneo. Otto specie sono state inserite nelle convenzioni internazionali ma solo tre specie hanno una qualche forma di protezione: lo squalo bianco e lo squalo elefante sono protetti nelle acque della Comunità Europea e in Croazia, mentre Malta e Croazia proteggono la mobula.

Oggi i paesi mediterranei hanno una ragione in più per salvaguardare squali e razze della regione” ha aggiunto Sonja Fordham, vice presidente dello Shark Specialist Group della IUCN “in particolare starà ai rappresentanti della Pesca dell’UE decidere se accordare una piena protezione allo smeriglio nel corso del prossimo Consiglio Pesca di dicembre 2007 e promuovere in tempi brevi un efficace Piano d’Azione”.

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Info: gli squali a tavola

30 Ottobre 2007

Asià, cagnetto, vitella di mare: sono solo alcuni dei nomi di fantasia con cui vengono commercializzati nei mercati del pesce gli squali, assai più comuni sulle nostre tavole di quanto si possa pensare. Si tratta soprattutto di piccoli squali: il palombo (specie classificata “vulnerabile” nella Lista Rossa), spinarolo (“in pericolo”), gattuccio (“a minor rischio”) e galeo (“vulnerabile”). Nell’UE vi è un notevole consumo e commercio di carne di squalo, soprattutto di spinaroli, palombi, gattucci, mako, smeriglio e razze. L’Italia è stata fino al 2000, secondo le statistiche della FAO, il maggior importatore del mondo di squali, seguita da Francia e Spagna. Le sue importazioni sono aumentate considerevolmente da 8.750 tonnellate nel 1976 a un massimo di 14.400 tonnellate nel 2000. Nel 2005 l’Italia è la quinta nazione al mondo per importazione di squali e prodotti di squali, dietro a Spagna (17.503 tonn.), Corea del Sud (13.601 tonn.), Cina (11.045 tonn.) e Messico.

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Med: l’italia cacciatrice di squali

30 Ottobre 2007

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Centinaia di migliaia di squali vengono catturati ogni anno anche in Mediterraneo. Non espressamente per il commercio per le pinne di pescecane, ma per lo più accidentalmente. In Mediterraneo, l’Italia è il paese che cattura più squali: nel 2004 le catture registrate sono state di 1.061 tonnellate: un brusco calo rispetto a dieci anni prima, quando il pescato complessivo di squali e razze raggiunse il record di 16.500 tonnellate l’anno. Il calo non è buon segno: poiché lo sforzo di pesca è rimasto lo stesso, significa che, semplicemente, gli squali sono ormai troppo rari anche per finire negli ami e nelle reti. Ormai nessuno caccia di proposito gli squali: sono troppo pochi. Eppure finiscono accidentalmente nelle reti a strascico o sono catturati dai palangari d’altura per i pescespada e il tonno alalunga, o dalle reti derivanti illegali. Nonostante il bando di queste reti decretato dall’UE e dalla Commissione Generale sulla Pesca per il Mediterraneo, le reti derivanti vengono ancora utilizzate, tanto che fra il 2005 e il 2006 la Guardia Costiera italiana ne ha sequestrato per una lunghezza totale di 1400 km.

www.fao.org/docrep/005/x3690e/x3690e00.HTM

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Info: perché gli squali stanno scomparendo

30 Ottobre 2007

1_shark.jpg75 milioni di squali uccisi ogni anno in tutto il mondo, accidentalmente o volontariamente.

Il più delle volte non per le loro carni, generalmente poco appetibili. Ma soprattutto per le loro pinne, ricercatissime sul mercato asiatico per la preparazione della zuppa di pinne di pescecane. Un commercio lucroso ma che sta devastando gli oceani.

Gli squali, infatti, non possono sostenere una pesca così massiccia: per mantenere naturalmente basso il loro numero, coerentemente con la loro posizione al vertice della catena alimentare, la Natura li ha dotati di un tipo di riproduzione assai lento. Cominciano a riprodursi molto in là con gli anni (di solito a 10-15 anni) e al termine di gestazioni fra le più lunghe del mondo animale (di 1 o 2 anni) mettono al mondo solo pochi piccoli. Per questo la pesca eccessiva decima le loro popolazioni e le porta rapidamente sull’orlo del collasso: i pochi esemplari rimasti necessitano di tempi “biblici” per ripopolare il mare.

Per saperne di più…