Archivio per la categoria ‘mobula’

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Orecchio di squalo

2 Luglio 2008

Andrea Dell’Apa, giovane biologo italiano impegnato nello studio degli squali e in procinto di partire per l’estero per occuparsi di spinaroli, è particolarmente interessato all’udito degli squali. Gli abbiamo chiesto di parlarcene.

Andrea al lavoro Gli elasmobranchi (squali, razze e chimere) sono animali che da un punto di vista sensoriale sono dotati di molte capacità. La più studiata e conosciuta è senz’altro quella legata all’elettrorecezione, tramite le ampolle del Lorenzini. Meno studiato è il senso dell’udito che questi animali possiedono, dovuto al fatto che per molti anni lo studio della struttura anatomica dell’orecchio interno degli squali è stata accantonata.

Infatti molte delle ricerche effettuate sul sistema acustico degli elasmobranchi risalgono ai primi anni ’60 e si sono presocchè interrotte negli anni ’80. La maggior parte di queste linee di ricerca, ovviamente statunitensi, erano finanziate per lo più dalla marina militare americana allo scopo di verificare se gli squali potessero essere respinti da suoni particolari, a protezione dei marinai che eventualmente sarebbero finiti in mare in seguito a naufragi durante azioni di guerra. Tali ricerche però si interruppero quando altre linee di ricerca parallele scoprirono l’efficacia di sostanze che risultavano sgradevoli o repellenti per gli squali stessi e che per tal motivo erano di più facile uso per i naufraghi stessi.

Ma per il mondo scientifico la domanda rimane lo stesso: quali sono i suoni che gli squali sono in grado di percepire?
Per rispondere a questa domanda bisogna prima di tutto dare una prima descrizione delle strutture interne dell’orecchio, le quali sono in grado di percepire i suoni.

Con cosa ascolta i suoni? - Gli elasmobranchi posseggono esclusivamente i labirinti associati all’orecchio interno, e non possiedono organi accessori per la ricezione dei suoni, presenti in altri pesci: quali la vescica natatoria, connessioni ossee tra la vescica natatoria ed i labirinti.

Com’è fatto l’orecchio di uno squalo - Ogni labirinto include 3 canali semicircolari membranosi ripieni di un fluido (fluido endolinfatico), indicati in fig.1 come canale anteriore verticale, canale posteriore verticale, e canale orizzontale (nella maggior parte delle specie animali, uomo compreso, vengono spesso descritti semplicemente come canale anteriore, posteriore ed orizzontale). Contiene inoltre due camere relativamente larghe e ripiene anch’esse di fluido, l’utricolo ed il sacculo; con quest’ultimo che si allarga nella sua porzione terminale formando una terza camera più piccola, la lagena. Queste tre aree sensoriali sono coinvolte sia nell’equilibrio che nella percezione dei suoni. Ogni camera è provvista di un epitelio sensoriale, denominato macula (le zone grigie evidenziate in figura 1), contenente le cellule ciliate (“hair cells”) deputate alla captazione dei suoni. Ogni cellula ciliata è costituita da un singolo chinociglio centrale e da stereociglia più piccole (anche fino a 60 unità) che lo circondano (foto 1).

Il movimento delle stereociglia verso il chinociglio genera un aumento del numero di potenziali d’azione per unità di tempo relativamente all’attività spontanea dei neuroni associati all’ottavo nervo craniale. Il movimento opposto, ossia il chinociglio verso le stereociglia, porta ad una diminuzione nel numero dei potenziali d’azione per unità di tempo inviati dagli stessi neuroni al cervello. Nelle maculae, oltre alle cellule ciliate, sono presenti piccole concrezioni calcaree denominate otoconi (Foto 2), tenute insieme da una matrice extracellulare. Tale massa, denominata strato otoconiale (“otoconial layer”), è importante quale organo di equilibrio e per la percezione degli stimoli gravitazionali. Quando la testa si muove, la densa massa otoconiale rimane indietro per via dell’inerzia ad essa associata. Ciò provoca uno sforzo di taglio nella matrice extracellulare (“gel layer”), che è percepito dalle cellule ciliate presenti nella zona sottostante (Fig.2).

Altra caratteristica importante è che il sacculo, nella sua porzione apicale, si restringe a formare il dotto endolinfatico (fig.1), che attraversa la fossa parietale terminando direttamente in un piccolo poro sulla superficie esterna, detto poro endolinfatico (Fig. 3)

Tale poro endolinfatico permette in definitiva una comunicazione diretta tra l’esterno (l’ambiente marino) e le strutture associate all’orecchio interno. Il dotto endolinfatico è ripieno di fluido endolinfatico ad alto contenuto in ioni. Per le sue caratteristiche, si è ipotizzato che tale connessione possa funzionare come sito di rilascio dello spostamento associato alle onde sonore, dato che ogni flusso verrà propagato dall’esterno fino al sacculo.

Negli elasmobranchi è presente un’ulteriore macula che non è presente negli altri pesci: la macula neglecta. Una prima fondamentale caratteristica di tale macula è che non contiene otoconi (presenti come già detto nelle macule del sacculo, utricolo e lagena), ma soltanto cellule ciliate. In ragione di ciò si può ipotizzare che l’epitelio sensoriale di tale macula sia importante per la percezione dei suoni e non per l’equilibrio o la ricezione degli stimoli gravitazionali. A tal proposito Lowenstein &  Roberts (1951) hanno trovato che le macule della lagena e dell’utricolo in una specie di razza (Raja clavata) non rispondono a stimoli vibrazionali ma bensì gravitazionali. La sensibilità alle vibrazioni era invece fornita da una piccola porzione di epitelio sensoriale della macula dell’utricolo (denominata lacinia), ma soprattutto dai 2/3 anteriori dell’epitelio associato alla macula neglecta. Ciò indica che l’epitelio sensoriale associato alla macula neglecta è particolarmente stimolato dalle vibrazioni. In seguito a tale scoperta gli stessi autori suggerirono che la macula neglecta fosse un importante organo usato dagli squali per la percezione dei suoni.

Ulteriori prove a conferma di tale conclusione vennero dalle ricerche di Corwin (1981) sullo squalo limone (Negaprion brevirostris). Durante i suoi esperimenti  esaminò la risposta neuronale dell’ottavo nervo cranico, quello associato al senso dell’udito, dopo aver lesionato tramite elettrocauterizzazione prima la macula del sacculo ed in seguito la macula neglecta. Nel primo caso si registrava una notevole riduzione delle capacità auditive negli esemplari, mentre nel secondo venivano perse del tutto. Ciò dimostra che le hair cells della macula neglecta sono principalmente responsabili della percezione dei suoni negli elasmobranchi. In tale percezione è altresì importante, la posizione della macula neglecta rispetto alle altre strutture associate all’orecchio interno prima descritte, nonché la sua vicinanza alla fossa parietale. Come si può vedere in figura 3, l’epitelio della macula neglecta è posto nel dotto del canale semicircolare posteriore, il quale prende contatto anteriormente con un’apertura membranosa posta alla base della fossa parietale, la finestra ovale. Posteriormente, invece, il dotto termina nell’aspetto dorsale del sacculo, in una struttura trasparente e sottile analoga alla finestra rotonda presente nell’orecchio interno dei mammiferi. Per capire cosa ciò comporti , si rimanda il lettore alla consultazione di questo link, ove è possibile avere una spiegazione piuttosto semplice ma altrettanto efficace di come avvenga la percezione del suono nei mammiferi, uomo compreso.

Molto semplicemente, l’onda sonora, se dotata di sufficiente intensità ed adeguata frequenza, riesce a far entrare in vibrazione la membrana timpanica. Da qui l’energia associata all’onda viene convertita in energia pressoria ed amplificata dalla catena degli ossicini dell’orecchio medio (martello, incudine, staffa), che la trasmettono alla membrana della finestra ovale e da questa alla perilinfa (incomprimibile) che riempie la cavità del labirinto osseo, che a sua volta la trasmette alla membrana della finestra rotonda. Da qui l’impulso verrà stimolato nel nervo che lo invierà al cervello. Ciò indica che i mammiferi sono in grado di percepire le intensità dei suoni.

Il suono altro non è che un’onda che si propaga nel mezzo, in seguito ad una vibrazione subita da un corpo elastico. Immaginiamo di colpire con la nostra mano la scrivania sulla quale stiamo lavorando: La scrivania rappresenta l’oggetto che viene fatto vibrare e tale vibrazione viene trasferita alle nostre orecchie dal mezzo aria. I suoni, infatti , si propagano attraverso mezzi elastici, quali l’aria e l’acqua. La differenza fondamentale è che l’intensità di questi mezzi è molto diversa, ed influenza la velocità di propagazione del suono, che nell’acqua è circa 5 volte superiore a quella dell’aria a parità di intensità. La membrana timpanica funziona da trasduttore di pressione dell’intensità associata all’onda sonora: maggiore è l’intensità di un suono e maggiore sarà la pressione esercitata da tale suono sulla membrana timpanica. Tale pressione verrà accoppiata alla catena degli ossicini dell’orecchio medio ove verrà amplificata e trasferita all’orecchio interno tramite la finestra ovale. I pesci dotati di vescica natatoria sono anch’essi in grado di percepire la componente pressoria associata ai suoni, poiché la vescica stessa funziona in modo simile alla membrana timpanica, riuscendo a percepire le variazioni di pressione associate ai suoni.

Gli squali, come abbiamo detto all’inizio, non sono dotati di strutture analoghe per poter percepire la componente pressoria associata all’onda sonora e trasmessa dal mezzo acqua. Quale componente fisica riescono allora a percepire?

Il mezzo acqua è composto da particelle. Quando una particella viene raggiunta da un’onda sonora (ciò vale anche nel mezzo aria), subisce uno spostamento lungo la direzione di propagazione, acquistando inoltre una velocità lungo la direzione di propagazione dell’onda sonora e subendo inoltre un’accelerazione lungo la stessa direzione. Spostamento, velocità, ed accelerazione rappresentano ciò che prende il nome di “particle displacement” delle molecole d’acqua che se le passano attraverso gli urti. Gli squali sono quindi in grado, attraverso le cellule ciliate presenti nell’epitelio delle macule, di percepire la “particle displacement” associata al suono, che gli dà informazioni sulla direzione della fonte di origine del suono e presumibilmente anche della sua distanza. Alcune recenti ricerche però (Fraser et al, 2002, Heupel, 2003) dimostrerebbero che in realtà gli squali sarebbero in grado di percepire variazioni pressorie del mezzo acqua. Un’ipotesi molto interessante venne fatta in tempi non sospetti nel 1974 da un gruppo di ricercatori: Fay, Kendall, Popper e Tester. Studiando le caratteristiche anatomiche della macula neglecta e la risposta alle vibrazioni sonore, ipotizzarono che la finestra ovale, presente in figura 3, potesse in qualche modo funzionare da trasduttore di pressione. Un po’ come succede nei mammiferi per la membrana timpanica.

Ovviamente ulteriori studi dovranno avvalorare tale tesi, ma ciò che si può affermare con una certa sicurezza è che se gli squali riescano a percepire la componente “pressoria” dei suoni, oltre che la “particle displacement” associata alle molecole d’acqua, la macula neglecta gioca un qualche ruolo fondamentale nel processo sensoriale. A ulteriore dimostrazione di quanto finora detto, si possono citare gli studi effettuati da Corwin pubblicati nel 1978, in cui si mette a confronto la struttura anatomica dell’orecchio interno di 6 specie di elasmobranchi (fig.4)

Come si può notare dalla figura, c’è una notevole differenza di forma e dimensioni nelle strutture tra le specie batiali (Myliobatis e Torpedo) e quelle pelagiche (Carcharhinus e Notorynchus) e bentopelagiche (Mustelus e Ginglymostoma), soprattutto nella forma e dimensione del dotto del canale posteriore e del sacculo. Nel Carcharhinus e nel Notorynchus il dotto è più grande ed è molto prossimo alla finestra ovale. Nelle altre specie, più bentoniche, risulta invece più distante dalla stessa. Le specie di elasmobranchi considerate pelagiche sono primariamente piscivore, mentre quelle più prossime al substrato lo sono in minor misura. Anche il sacculo e l’utricolo, e le relative macule ad essi associate, risultano più grandi nelle specie pelagiche/piscivore. E’molto probabile quindi l’esistenza di una correlazione diretta tra la forma e la posizione della macula neglecta negli squali ed il tipo di strategie alimentari; ed è rilevante il fatto che le specie a strategia alimentare mista (eurifaghe), quali il Mustelus ed il Ginglymostoma, mostrino una struttura e disposizione del dotto posteriore intermedia. In ragione di quanto finora detto appare evidente la necessità di ulteriori e più approfondite ricerche sulle funzioni delle cellule sensoriali presenti nell’epitelio della macula neglecta.

Una volta descritte le strutture anatomiche deposte alla percezione dei suoni, resta da spiegare quale range di suoni sia audibile dagli elasmobranchi. Per determinare tale range si effettua una serie di esperimenti che portano alla costruzione di un’audiogramma. Un’audiogramma rappresenta la curva di risposta di una specie animale, uomo compreso, ai suoni per ogni specifica frequenza. In figura 5 è rappresentato un audiogramma umano, ed in figura 6 un audiogramma di squalo nutrice (Ginglymostoma cirratum).

L’audiogramma ha una cratteristica forma ad U, poiché la soglia (threshold) richiesta per ogni specifica frequenza aumenta verso gli estremi del range audibile, e diminuisce nelle frequenze intermedie. Il range audibile nell’uomo va dai 16 Hz ai 20 kHz, mentre nello squalo nutrice va più o meno dai 100 Hz fino ad 1kHz. Ciò vuol dire che gli squali sono in grado di udire suoni a bassa frequenza (come spiegato sopra solo la componente di “particle motion”), con un range ottimale tra i 200 ed i 600 Hz. Diverse ricerche dimostrano che tali frequenze sono le stesse emesse dai movimenti di pesci in difficoltà. Pertanto è probabile che gli squali siano in grado di percepire prede in difficoltà o durante il nuoto, ma non si è ancora certi delle distanze massime alle quali tali suoni possano essere percepiti dagli squali stessi. Ulteriori studi sono necessari per capire quale importanza abbia il senso dell’udito per la biologia della specie.

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Per saperne di più:

Casper, B.M., Mann, D.A. 2006- Evoked potential audiograms of the nurse shark (Ginglymostoma cirratum) and the yellow stingray (Urobatis jamaicensis). Environm. Biol. Fish. 76(1), 101-108

Corwin, J.T., 1978- The relation of inner ear structure to the feeding behavior in sharks and rays. Scanning Electron Microscop. II, 1105-1112

Corwin, J.T. 1981b- Peripheral auditory physiology in the lemon shark: evidence of parallel otolithic and non-otolithic sound detection. J. Comp. Physiol. 142A: 379-390

Fay, R.R., Kendall, J.I., Popper, A.N., Tester, A.L. 1974- Vibration detection by the macula neglecta of sharks. Comp. Biochem. Physiol. 47A: 1235-1240

Fraser, P.J., Shelmerdine, R.L. 2002- Dogfish hair cells sense hydrostatic pressure. Nature 415,(2) , 495-496

Heupel, M.R., Simpfendorfer, C.A., Hueter, R.E. 2003- Running before the storm: blacktip sharks respond to falling barometric pressure associated with tropical storm Gabrielle. Journal of Fish Biology 63(5), 1357-1363 (7)

lovell, J.M., Findlay, M.M., Harper, G.M., Moate, R.M. 2007- The polarization of hair cells from the inner ear of the lesser spotted dogfish Scyliorhinus canicula. Journal of Fish Biology 70, 362-373

Lowenstein, O., Roberts, T.D.M. 1951- The localization and analysis of the responses to vibration from the isolated elasmobranch labyrinth. A contribution to the problem of the evolution of hearing in vertebrates. J. Physiol. 114: 471-489

Myrber, A. 2001- The acoustical biology of elasmobranchs. Environmental Biology of Fishes 60: 31-45

Roberts, B.L. 1978- Mechanoreception and the behaviour of elasmobranch fishes with special reference to the acousticolateralis system. pp. 331-390. In: E.S. Hodgson 6 R.R. Mathewson (ed.) Sensory Biology of Sharks, Skates and Rays, U.S. Government Printing Office, Washington D.C.

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la mobula

15 Aprile 2008

È a prima vista praticamente identica alla manta tropicale la Mobula mobular: leggermente più piccola ma ugualmente gigantesca (può raggiungere i cinque metri di larghezza), ha la stessa struttura del corpo e le curiose appendici cefaliche che le hanno valso il nome di diavolo di mare.

A differenza della Manta, la bocca della Mobula però è posta più in basso, e ha una coda assai più lunga.

È presente in tutto il Mediterraneo, ma è estremamente raro incontrarla. Sappiamo ben poco delle sue abitudini; si nutre di gamberetti planctonici e forse di piccoli pesci pelagici gregari. Viene talvolta catturata nelle reti pelagiche derivanti e nei palangari d’altura; per via della sua supposta rarità e basso potenziale riproduttivo (tra i più bassi tra gli elasmobranchi), è considerata minacciata e quindi inclusa nell’Allegato II del Protocollo sulle Aree Specialmente protette e sulla Conservazione della Biodiversità della Convenzione di Barcellona.

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come trova da mangiare uno squalo?

28 Febbraio 2008

squalo plumbeo, foto Eleonora de Sabata/MedSharksVi siete mai chiesti come riescano a trovare le loro prede gli squali? Hanno sensi incredibilmente sofisticati, certo, che però funzionano solo quando sono relativamente vicini alla preda. Ma quando sono molto lontani?

Fanno esattamente come noi nello shopping: cerchiamo prima vicino a casa e, se non troviamo nulla, facciamo un tentativo più lontano. Questo tipo di spostamenti a breve raggio con qualche sortita più lontana si chiama “Levy walk”.

La ricerca è stata pubblicata oggi su Nature. David Sims e i suoi colleghi hanno scoperto, analizzando più di un milione di immersioni registrate dai sensori elettronici, che squali, tartarughe, tonni e pinguini a caccia si muovono proprio così: fanno ripetute immersioni a bassa profondità seguite da alcune assai più profonde.

Compiendo simulazioni al computer i ricercatori hanno poi visto che questo tipo di ricerca è molto più efficace, per trovare prede sparpagliate nell’oceano ma riunite in gruppo, che cercare a caso.

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news: ecco la bozza del Piano d’Azione UE sugli squali

14 Dicembre 2007

ue.jpgFinalmente! La Commissione Europea ha pubblicato la sua bozza del Piano d’Azione Comunitario per gli squali (CPOA) - quello che a gran voce abbiamo richiesto con la nostra petizione! Con questo documento, finalmente, si affronta il problema degli squali e vengono proposte una serie di possibilità per migliorare la loro situazione. L’iter è però ancora lungo: si prevede che su questa bozza si lavorerà per tutto l’anno prossimo e solo alla fine verrà presentato al Consiglio d’Europa e al Parlamento.

“Dopo decenni di indifferenza, che hanno avuto conseguenze disastrose sugli squali europei, la Commissione finalmente ha tracciato un quadro di azioni correttive importanti” ha dichiarato Sonja Fordham della Shark Alliance. “Sono necessari ancora delle correzioni su punti chiavi e dovremo essere vigili, ma per il momento questo documento offre qualche buona speranza alle popolazioni di squalo più minacciate al mondo. Invitiamo tutti gli interessati, a tutti i livelli, a cogliere questa opportunità per salvaguardiare le specie di squalo più in pericolo e iniziare così una nuova epoca di pesca responsabile.”

Questo documento (che potete scaricare qui) contiene molti degli elementi su cui la Shark Alliance ha sempre puntato: quote di cattura in linea con le evidenze scientifiche, una particolare attenzione alle specie in via di estinzione, misure per rafforzare il bando al finning, mezzi per ridurre le catture accidentali e divulgazione per aumentare le conoscenze sia del pubblico che dei pescatori.

“La pubblicazione del Piano d’Azione rappresenta un importante passo avanti per gli squali e i membri della Shark Alliance” ha aggiunto Uta Bellion, coordinatrice della Shark Alliance. “Non è stato facile arrivare a questo punto, ma ora almeno la Commissione ha mostrato buona volontà nel mettere sul tavolo un documento importante che sarà la base di solide consultazioni”.

Sarà possibile valutare e commentare il documento fino al 15 febbraio e vi saranno ulteriori sviluppi in tutto il 2008. Si ritiene che alla fine del prossimo anno verrà presentato come Comunicazione ufficiale al Consiglio d’Europa e al Parlamento, ed allora entrambi esprimeranno le loro valutazioni.

Insomma: il viaggio è ancora lungo… ma almeno è iniziato!

Qui il comunicato stampa originale della Shark Alliance

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Med: emergenza, 42% squali a rischio estinzione

17 Novembre 2007

Le cifre sono agghiaccianti: il 42% delle specie mediterranee è a rischio di estinzione. E’ la più alta percentuale al mondo. Lo dice l’ultimo rapporto della IUCN, uscito il 16 novembre. Alta la preoccupazione per l’impatto complessivo di questa importante perdita di biodiversitàuntitled-1.jpg

Le cifre sono ufficiali: il 42% delle specie di squali e razze del Mediterraneo è a rischio estinzione. E’ la più alta percentuale al mondo. Lo dice l’ultimo rapporto della IUCN, L’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura, il più grande network al mondo per la salvaguardia della natura, uscito il 16 novembre (qui il comunicato stampa e qui il rapporto completo, entrambi in inglese) che ha esaminato 71 specie di squali razze e chimere.

Per gli esperti il 18% è Criticamente in Pericolo, l’11% in Pericolo e il 13% Vulnerabile. Le altre specie sono per il 18% Quasi a Rischio, per il 26% non si hanno dati sufficienti a valutare il loro stato. Solo il 14% è valutato a uno stato discreto.

iucn_cr.jpgFra le specie Criticamente in Pericolo in Mediterraneo: il pesce angelo, il mako, lo smeriglio (queste ultime due specie catturate dai palangari e commercializzati per la carne e le pinne).

iucn_en.jpgIn Pericolo sono la mobula (praticamente identica alla manta), lo squalo plumbeo (che ci è particolarmente caro, perché oggetto della nostra ricerca MedSharks in Turchia).

iucn_vu.jpg Persino la verdesca, uno fra gli squali più prolifici, è stato classificato come Vulnerabile. La preoccupazione principale non è tanto per la singola specie - per quanto importante possa essere - ma per l’impatto complessivo di questa importante perdita di biodiversità” dichiara Annabelle Cuttelod, coordinatrice della Lista Rossa mediterranea al Centro per la Cooperazione Mediterranea della IUCN.

Il livello di protezione nel Mediterraneo per squali e razze è praticamente inesistente ha dichiarato Domitilla Senni, rappresentante della Shark Alliance, coalizione di oltre 40 associazioni internazionali di cui fa parte anche MedSharks. “Ci auguriamo quindi che il governo italiano intervenga tempestivamente e che attraverso i ministri De Castro e Pecoraro Scanio si attivi una azione sia a livello nazionale che europeo per la tutela di queste specie”.

Non esistono limiti nella pesca di squali e razze in Mediterraneo. Otto specie sono state inserite nelle convenzioni internazionali ma solo tre specie hanno una qualche forma di protezione: lo squalo bianco e lo squalo elefante sono protetti nelle acque della Comunità Europea e in Croazia, mentre Malta e Croazia proteggono la mobula.

Oggi i paesi mediterranei hanno una ragione in più per salvaguardare squali e razze della regione” ha aggiunto Sonja Fordham, vice presidente dello Shark Specialist Group della IUCN “in particolare starà ai rappresentanti della Pesca dell’UE decidere se accordare una piena protezione allo smeriglio nel corso del prossimo Consiglio Pesca di dicembre 2007 e promuovere in tempi brevi un efficace Piano d’Azione”.

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Med: marcate 3 mobule!

31 Ottobre 2007

Sono state recuperati tutti e tre i tag satellitari applicati quest’estate a tre “mante” mediterranee dai ricercatori dell’Icram. I risultati sono ancora allo studio e ci verranno presto comunicati dall’autore, Simone Canese.

www.oceanlight.comL’operazione è parte integrante di un progetto che ha come obiettivo lo studio della biodiversità marina della Calabria e si e svolta nello Stretto di Messina, nel tratto di mare di fronte a Reggio Calabria. La manta o diavolo di mare (Mobula mobular) è stata avvicinata e marcata con una feluca, la tipica imbarcazione utilizzata nella zona per la pesca con l’arpione del pescespada.

Un passo importante per i ricercatori, che grazie ai dati inviati via satellite potranno studiare per la prima volta gli spostamenti di questo animale e di conoscerne il comportamento, tuttora sconosciuto, in immersione.

La mobula è molto simile alla manta, da cui si distingue per le dimensioni più ridotte e la posizione della bocca. Questa specie, presente soprattutto in Mediterraneo e nelle acque atlantiche adiacenti, come in Portogallo e in Marocco, frequenta abitualmente il mare aperto, ma occasionalmente si spinge anche sotto costa. Le mante sono filtratori e si nutrono di plancton, crostacei e piccoli pesci pelagici. Hanno una bassa capacita riproduttiva, perche danno alla luce un solo piccolo alla volta dopo due anni di gestazione.

iucn_en.jpgA minacciare la specie purtroppo c e la catturata accidentale (bycatch) causata da numerosi attrezzi da pesca, come i palamiti per i pescispada e le reti derivanti. E proprio a causa dell’elevata mortalita dovuta al bycatch e alla sua limitata capacita riproduttiva, la Mobula e stata inclusa nella lista rossa della specie a rischio di estinzione e minacciate dell IUCN (Unione mondiale per la conservazione della natura).