Archivio per la categoria ‘squalo bianco’

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Orecchio di squalo

2 Luglio 2008

Andrea Dell’Apa, giovane biologo italiano impegnato nello studio degli squali e in procinto di partire per l’estero per occuparsi di spinaroli, è particolarmente interessato all’udito degli squali. Gli abbiamo chiesto di parlarcene.

Andrea al lavoro Gli elasmobranchi (squali, razze e chimere) sono animali che da un punto di vista sensoriale sono dotati di molte capacità. La più studiata e conosciuta è senz’altro quella legata all’elettrorecezione, tramite le ampolle del Lorenzini. Meno studiato è il senso dell’udito che questi animali possiedono, dovuto al fatto che per molti anni lo studio della struttura anatomica dell’orecchio interno degli squali è stata accantonata.

Infatti molte delle ricerche effettuate sul sistema acustico degli elasmobranchi risalgono ai primi anni ’60 e si sono presocchè interrotte negli anni ’80. La maggior parte di queste linee di ricerca, ovviamente statunitensi, erano finanziate per lo più dalla marina militare americana allo scopo di verificare se gli squali potessero essere respinti da suoni particolari, a protezione dei marinai che eventualmente sarebbero finiti in mare in seguito a naufragi durante azioni di guerra. Tali ricerche però si interruppero quando altre linee di ricerca parallele scoprirono l’efficacia di sostanze che risultavano sgradevoli o repellenti per gli squali stessi e che per tal motivo erano di più facile uso per i naufraghi stessi.

Ma per il mondo scientifico la domanda rimane lo stesso: quali sono i suoni che gli squali sono in grado di percepire?
Per rispondere a questa domanda bisogna prima di tutto dare una prima descrizione delle strutture interne dell’orecchio, le quali sono in grado di percepire i suoni.

Con cosa ascolta i suoni? - Gli elasmobranchi posseggono esclusivamente i labirinti associati all’orecchio interno, e non possiedono organi accessori per la ricezione dei suoni, presenti in altri pesci: quali la vescica natatoria, connessioni ossee tra la vescica natatoria ed i labirinti.

Com’è fatto l’orecchio di uno squalo - Ogni labirinto include 3 canali semicircolari membranosi ripieni di un fluido (fluido endolinfatico), indicati in fig.1 come canale anteriore verticale, canale posteriore verticale, e canale orizzontale (nella maggior parte delle specie animali, uomo compreso, vengono spesso descritti semplicemente come canale anteriore, posteriore ed orizzontale). Contiene inoltre due camere relativamente larghe e ripiene anch’esse di fluido, l’utricolo ed il sacculo; con quest’ultimo che si allarga nella sua porzione terminale formando una terza camera più piccola, la lagena. Queste tre aree sensoriali sono coinvolte sia nell’equilibrio che nella percezione dei suoni. Ogni camera è provvista di un epitelio sensoriale, denominato macula (le zone grigie evidenziate in figura 1), contenente le cellule ciliate (“hair cells”) deputate alla captazione dei suoni. Ogni cellula ciliata è costituita da un singolo chinociglio centrale e da stereociglia più piccole (anche fino a 60 unità) che lo circondano (foto 1).

Il movimento delle stereociglia verso il chinociglio genera un aumento del numero di potenziali d’azione per unità di tempo relativamente all’attività spontanea dei neuroni associati all’ottavo nervo craniale. Il movimento opposto, ossia il chinociglio verso le stereociglia, porta ad una diminuzione nel numero dei potenziali d’azione per unità di tempo inviati dagli stessi neuroni al cervello. Nelle maculae, oltre alle cellule ciliate, sono presenti piccole concrezioni calcaree denominate otoconi (Foto 2), tenute insieme da una matrice extracellulare. Tale massa, denominata strato otoconiale (“otoconial layer”), è importante quale organo di equilibrio e per la percezione degli stimoli gravitazionali. Quando la testa si muove, la densa massa otoconiale rimane indietro per via dell’inerzia ad essa associata. Ciò provoca uno sforzo di taglio nella matrice extracellulare (“gel layer”), che è percepito dalle cellule ciliate presenti nella zona sottostante (Fig.2).

Altra caratteristica importante è che il sacculo, nella sua porzione apicale, si restringe a formare il dotto endolinfatico (fig.1), che attraversa la fossa parietale terminando direttamente in un piccolo poro sulla superficie esterna, detto poro endolinfatico (Fig. 3)

Tale poro endolinfatico permette in definitiva una comunicazione diretta tra l’esterno (l’ambiente marino) e le strutture associate all’orecchio interno. Il dotto endolinfatico è ripieno di fluido endolinfatico ad alto contenuto in ioni. Per le sue caratteristiche, si è ipotizzato che tale connessione possa funzionare come sito di rilascio dello spostamento associato alle onde sonore, dato che ogni flusso verrà propagato dall’esterno fino al sacculo.

Negli elasmobranchi è presente un’ulteriore macula che non è presente negli altri pesci: la macula neglecta. Una prima fondamentale caratteristica di tale macula è che non contiene otoconi (presenti come già detto nelle macule del sacculo, utricolo e lagena), ma soltanto cellule ciliate. In ragione di ciò si può ipotizzare che l’epitelio sensoriale di tale macula sia importante per la percezione dei suoni e non per l’equilibrio o la ricezione degli stimoli gravitazionali. A tal proposito Lowenstein &  Roberts (1951) hanno trovato che le macule della lagena e dell’utricolo in una specie di razza (Raja clavata) non rispondono a stimoli vibrazionali ma bensì gravitazionali. La sensibilità alle vibrazioni era invece fornita da una piccola porzione di epitelio sensoriale della macula dell’utricolo (denominata lacinia), ma soprattutto dai 2/3 anteriori dell’epitelio associato alla macula neglecta. Ciò indica che l’epitelio sensoriale associato alla macula neglecta è particolarmente stimolato dalle vibrazioni. In seguito a tale scoperta gli stessi autori suggerirono che la macula neglecta fosse un importante organo usato dagli squali per la percezione dei suoni.

Ulteriori prove a conferma di tale conclusione vennero dalle ricerche di Corwin (1981) sullo squalo limone (Negaprion brevirostris). Durante i suoi esperimenti  esaminò la risposta neuronale dell’ottavo nervo cranico, quello associato al senso dell’udito, dopo aver lesionato tramite elettrocauterizzazione prima la macula del sacculo ed in seguito la macula neglecta. Nel primo caso si registrava una notevole riduzione delle capacità auditive negli esemplari, mentre nel secondo venivano perse del tutto. Ciò dimostra che le hair cells della macula neglecta sono principalmente responsabili della percezione dei suoni negli elasmobranchi. In tale percezione è altresì importante, la posizione della macula neglecta rispetto alle altre strutture associate all’orecchio interno prima descritte, nonché la sua vicinanza alla fossa parietale. Come si può vedere in figura 3, l’epitelio della macula neglecta è posto nel dotto del canale semicircolare posteriore, il quale prende contatto anteriormente con un’apertura membranosa posta alla base della fossa parietale, la finestra ovale. Posteriormente, invece, il dotto termina nell’aspetto dorsale del sacculo, in una struttura trasparente e sottile analoga alla finestra rotonda presente nell’orecchio interno dei mammiferi. Per capire cosa ciò comporti , si rimanda il lettore alla consultazione di questo link, ove è possibile avere una spiegazione piuttosto semplice ma altrettanto efficace di come avvenga la percezione del suono nei mammiferi, uomo compreso.

Molto semplicemente, l’onda sonora, se dotata di sufficiente intensità ed adeguata frequenza, riesce a far entrare in vibrazione la membrana timpanica. Da qui l’energia associata all’onda viene convertita in energia pressoria ed amplificata dalla catena degli ossicini dell’orecchio medio (martello, incudine, staffa), che la trasmettono alla membrana della finestra ovale e da questa alla perilinfa (incomprimibile) che riempie la cavità del labirinto osseo, che a sua volta la trasmette alla membrana della finestra rotonda. Da qui l’impulso verrà stimolato nel nervo che lo invierà al cervello. Ciò indica che i mammiferi sono in grado di percepire le intensità dei suoni.

Il suono altro non è che un’onda che si propaga nel mezzo, in seguito ad una vibrazione subita da un corpo elastico. Immaginiamo di colpire con la nostra mano la scrivania sulla quale stiamo lavorando: La scrivania rappresenta l’oggetto che viene fatto vibrare e tale vibrazione viene trasferita alle nostre orecchie dal mezzo aria. I suoni, infatti , si propagano attraverso mezzi elastici, quali l’aria e l’acqua. La differenza fondamentale è che l’intensità di questi mezzi è molto diversa, ed influenza la velocità di propagazione del suono, che nell’acqua è circa 5 volte superiore a quella dell’aria a parità di intensità. La membrana timpanica funziona da trasduttore di pressione dell’intensità associata all’onda sonora: maggiore è l’intensità di un suono e maggiore sarà la pressione esercitata da tale suono sulla membrana timpanica. Tale pressione verrà accoppiata alla catena degli ossicini dell’orecchio medio ove verrà amplificata e trasferita all’orecchio interno tramite la finestra ovale. I pesci dotati di vescica natatoria sono anch’essi in grado di percepire la componente pressoria associata ai suoni, poiché la vescica stessa funziona in modo simile alla membrana timpanica, riuscendo a percepire le variazioni di pressione associate ai suoni.

Gli squali, come abbiamo detto all’inizio, non sono dotati di strutture analoghe per poter percepire la componente pressoria associata all’onda sonora e trasmessa dal mezzo acqua. Quale componente fisica riescono allora a percepire?

Il mezzo acqua è composto da particelle. Quando una particella viene raggiunta da un’onda sonora (ciò vale anche nel mezzo aria), subisce uno spostamento lungo la direzione di propagazione, acquistando inoltre una velocità lungo la direzione di propagazione dell’onda sonora e subendo inoltre un’accelerazione lungo la stessa direzione. Spostamento, velocità, ed accelerazione rappresentano ciò che prende il nome di “particle displacement” delle molecole d’acqua che se le passano attraverso gli urti. Gli squali sono quindi in grado, attraverso le cellule ciliate presenti nell’epitelio delle macule, di percepire la “particle displacement” associata al suono, che gli dà informazioni sulla direzione della fonte di origine del suono e presumibilmente anche della sua distanza. Alcune recenti ricerche però (Fraser et al, 2002, Heupel, 2003) dimostrerebbero che in realtà gli squali sarebbero in grado di percepire variazioni pressorie del mezzo acqua. Un’ipotesi molto interessante venne fatta in tempi non sospetti nel 1974 da un gruppo di ricercatori: Fay, Kendall, Popper e Tester. Studiando le caratteristiche anatomiche della macula neglecta e la risposta alle vibrazioni sonore, ipotizzarono che la finestra ovale, presente in figura 3, potesse in qualche modo funzionare da trasduttore di pressione. Un po’ come succede nei mammiferi per la membrana timpanica.

Ovviamente ulteriori studi dovranno avvalorare tale tesi, ma ciò che si può affermare con una certa sicurezza è che se gli squali riescano a percepire la componente “pressoria” dei suoni, oltre che la “particle displacement” associata alle molecole d’acqua, la macula neglecta gioca un qualche ruolo fondamentale nel processo sensoriale. A ulteriore dimostrazione di quanto finora detto, si possono citare gli studi effettuati da Corwin pubblicati nel 1978, in cui si mette a confronto la struttura anatomica dell’orecchio interno di 6 specie di elasmobranchi (fig.4)

Come si può notare dalla figura, c’è una notevole differenza di forma e dimensioni nelle strutture tra le specie batiali (Myliobatis e Torpedo) e quelle pelagiche (Carcharhinus e Notorynchus) e bentopelagiche (Mustelus e Ginglymostoma), soprattutto nella forma e dimensione del dotto del canale posteriore e del sacculo. Nel Carcharhinus e nel Notorynchus il dotto è più grande ed è molto prossimo alla finestra ovale. Nelle altre specie, più bentoniche, risulta invece più distante dalla stessa. Le specie di elasmobranchi considerate pelagiche sono primariamente piscivore, mentre quelle più prossime al substrato lo sono in minor misura. Anche il sacculo e l’utricolo, e le relative macule ad essi associate, risultano più grandi nelle specie pelagiche/piscivore. E’molto probabile quindi l’esistenza di una correlazione diretta tra la forma e la posizione della macula neglecta negli squali ed il tipo di strategie alimentari; ed è rilevante il fatto che le specie a strategia alimentare mista (eurifaghe), quali il Mustelus ed il Ginglymostoma, mostrino una struttura e disposizione del dotto posteriore intermedia. In ragione di quanto finora detto appare evidente la necessità di ulteriori e più approfondite ricerche sulle funzioni delle cellule sensoriali presenti nell’epitelio della macula neglecta.

Una volta descritte le strutture anatomiche deposte alla percezione dei suoni, resta da spiegare quale range di suoni sia audibile dagli elasmobranchi. Per determinare tale range si effettua una serie di esperimenti che portano alla costruzione di un’audiogramma. Un’audiogramma rappresenta la curva di risposta di una specie animale, uomo compreso, ai suoni per ogni specifica frequenza. In figura 5 è rappresentato un audiogramma umano, ed in figura 6 un audiogramma di squalo nutrice (Ginglymostoma cirratum).

L’audiogramma ha una cratteristica forma ad U, poiché la soglia (threshold) richiesta per ogni specifica frequenza aumenta verso gli estremi del range audibile, e diminuisce nelle frequenze intermedie. Il range audibile nell’uomo va dai 16 Hz ai 20 kHz, mentre nello squalo nutrice va più o meno dai 100 Hz fino ad 1kHz. Ciò vuol dire che gli squali sono in grado di udire suoni a bassa frequenza (come spiegato sopra solo la componente di “particle motion”), con un range ottimale tra i 200 ed i 600 Hz. Diverse ricerche dimostrano che tali frequenze sono le stesse emesse dai movimenti di pesci in difficoltà. Pertanto è probabile che gli squali siano in grado di percepire prede in difficoltà o durante il nuoto, ma non si è ancora certi delle distanze massime alle quali tali suoni possano essere percepiti dagli squali stessi. Ulteriori studi sono necessari per capire quale importanza abbia il senso dell’udito per la biologia della specie.

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Per saperne di più:

Casper, B.M., Mann, D.A. 2006- Evoked potential audiograms of the nurse shark (Ginglymostoma cirratum) and the yellow stingray (Urobatis jamaicensis). Environm. Biol. Fish. 76(1), 101-108

Corwin, J.T., 1978- The relation of inner ear structure to the feeding behavior in sharks and rays. Scanning Electron Microscop. II, 1105-1112

Corwin, J.T. 1981b- Peripheral auditory physiology in the lemon shark: evidence of parallel otolithic and non-otolithic sound detection. J. Comp. Physiol. 142A: 379-390

Fay, R.R., Kendall, J.I., Popper, A.N., Tester, A.L. 1974- Vibration detection by the macula neglecta of sharks. Comp. Biochem. Physiol. 47A: 1235-1240

Fraser, P.J., Shelmerdine, R.L. 2002- Dogfish hair cells sense hydrostatic pressure. Nature 415,(2) , 495-496

Heupel, M.R., Simpfendorfer, C.A., Hueter, R.E. 2003- Running before the storm: blacktip sharks respond to falling barometric pressure associated with tropical storm Gabrielle. Journal of Fish Biology 63(5), 1357-1363 (7)

lovell, J.M., Findlay, M.M., Harper, G.M., Moate, R.M. 2007- The polarization of hair cells from the inner ear of the lesser spotted dogfish Scyliorhinus canicula. Journal of Fish Biology 70, 362-373

Lowenstein, O., Roberts, T.D.M. 1951- The localization and analysis of the responses to vibration from the isolated elasmobranch labyrinth. A contribution to the problem of the evolution of hearing in vertebrates. J. Physiol. 114: 471-489

Myrber, A. 2001- The acoustical biology of elasmobranchs. Environmental Biology of Fishes 60: 31-45

Roberts, B.L. 1978- Mechanoreception and the behaviour of elasmobranch fishes with special reference to the acousticolateralis system. pp. 331-390. In: E.S. Hodgson 6 R.R. Mathewson (ed.) Sensory Biology of Sharks, Skates and Rays, U.S. Government Printing Office, Washington D.C.

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osservare, non solo guardare

17 Giugno 2008

Quante persone sono andate a fotografare il grande squalo bianco in Sud Africa? Molte, moltissime, ormai. Mille e diverse le motivazioni: il rush di adrenalina, la foto che manca nell’archivio, l’incontro col terrore del mare per sfatarne la nomea… o perpetuarne l’immagine (anche solo per raccontare: “io, macho, in acqua con lo squalo bianco” - tralasciando magari di parlare della gabbia….!).

Personalmente, questa esperienza mi ha lasciato emozioni contrastanti. E’ come assistere al pasto dei leoni allo zoo: riesci sì a vedere gli animali, ma in una situazione talmente artificiale da insegnarti davvero poco. D’altra parte, è anche l’unica occasione che mai si avrà di vedere in mare uno squalo bianco; e l’incontro con questo animale rimane davvero scolpita nella memoria.

Diverso però è il caso se, anziché guardare, si osserva cercando di intravvedere qualche strano comportamnto o, al contrario, atteggiamenti ripetuti: brandelli di informazione all’apparenza insignificanti ma potenzialmente preziosi per chi questi squali li segue a lungo e da vicino. E’ così che prosegue la scienza: piccoli passetti alla volta.

E’ questa la filosofia con cui Primo Micarelli, curatore dell’Acquario Lagunare di Orbetello, ha organizzato quattro viaggi-studio “Sulle orme del Grande Squalo Bianco” . Racconta Micarelli: “questi viaggi-studio hanno permesso, dal 2003 al 2007, a più di 40 appassionati di apprezzare questo prodigio dell’evoluzione, di interessarsi alle esigenze di protezione e conservazione, avere informazioni da chi trascorre tutto il giorno, da anni, in compagnia di questi animali ancora misteriosi, cercando di trovare risposte scientificamente plausibili ai numerosi quesiti ancora irrisolti.”

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attacchi di squali: qual’è il vero pericolo? (video intervista)

29 Aprile 2008

Guarda la lunga intervista a Simona Clò di Antonio Cianciullo su La Repubblica TV.

Si parte dallo squalo bianco che nei giorni scorsi ha morso un nuotore in California, per capire quanto effettivamente siano pericolosi gli squali per l’uomo. E quanto invece gli squali sono a rischio per le attività umane: in Mediterraneo, ad esempio, il 42% è a rischio estinzione.

In anteprima alcuni minuti di Sharkwater, il documentario sugli squali che ha avuto grande successo in tutto il mondo e che andrà in onda su La7 il 9 maggio alle 21,30 nella trasmissione Missione Natura.

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come ti ascolto lo squalo bianco

23 Aprile 2008

Andrea Dell’Apa, un giovane ricercatore italiano, è da poco rientrato da un periodo di lavoro sullo squalo bianco al South African Marine Predator Lab (tra l’altro di un ricercatore italiano, Enrico Gennari, autore della foto sotto). Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza.

foto Enrico Gennari, SamplaL’attività di ricerca che svolgevamo era divisa su due fronti.
Un primo studio era rivolto a capire quanti squali bianchi siano presenti a Mossel Bay e come tale numero vari nel corso dell’anno. Ad esempio, sappiamo che da maggio a settembre arrivano squali bianchi più grandi.
Per tale azione si pasturava con fegato di squalo in modo da lasciare una scia dietro la barca. Gli squali la percepivano ed arrivavano fino alla barca, dove cercavamo di farli rimanere il più a lungo possibile con l’utilizzo di una bait rope, una cima su cui erano attaccate teste di pesce (quelle di tonno funzionano meglio perchè hanno un più alto conenuto in lipidi ed olio). A questo punto effettuavamo fotoidentificazione degli esemplari, lavorando principalmente sulle pinne dorsali, ma anche su macchie e cicatrici presenti su tutto il corpo. A volte effettuavamo anche un prelievo di campioni di pelle per conto di un’università scozzese che li aveva richiesti per studi genetici in corso.

La seconda attività riguardava il tracking degli esemplari (uno in verità finchè sono stato li) mediante telemetria acustica. La parte più difficile è stata quella di posizionare il trasmettitore alla base della pinna dorsale…..non è per niente semplice.
Una volta posizionato si può seguire lo squalo anche senza vederlo fino a che le batterie del trasmettitore reggono, generalmente durano qualche mese. Si immerge l’idrofono in acqua, collegato ad un ricevitore, e si può sentire un “bip” se lo squalo si trova in un raggio di 600-700 metri. Ovviamente più è vicino lo squalo all’idrofono e più il segnale in cuffia è forte. Se lo squalo ad esempio si sposta a destra, il segnale sarà più forte spostando l’idrofono ad ore 1-2.
Andrea al lavoro Si lavora in coppia: skipper ed addetto all’idrofono. Il secondo dà la direzione e la velocità al primo: ad esempio “procedi ad ore 11, intensita del segnale bassa, aumenta velocità”
Quando si raggiunge una distanza di circa 100 metri si dà la posizione - lo scopo infatti non è quello di… investire lo squalo ma solo di seguirlo senza influenzare il suo comportamento.
Il ricevitore inoltre registra la posizione, la profondità e la temperatura dell’acqua inviategli dal trasmettitore. Da questi dati si può vedere come gli squali vengano influenzati dai parametri fisici dell’acqua. Alcuni studi infatti dimostrano che gli squali bianchi sarebebro influenzati dalla temperatura dell’acqua, preferendo temperature non inferiori ai 15-16 gradi, anche se in casi eccezionali possono trovarsi anche in acque inferiori ai 10 gradi.
Tali studi aiuteranno a capire quali siano le preferenze ecologiche della comunità locale, ed aiuteranno a capire meglio il loro comportamento migratorio.

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squalo bianco: pubblicità bellissima!! (video)

26 Marzo 2008

…Abbiamo trovato il modo per attirare e marcare gli squali in Mediterraneo?! :-)

PS - i salti sono del tutto veri!

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online il viaggio dello squalo bianco

21 Marzo 2008

juv-gws.jpgSeguite online la maratona di un piccolo squalo bianco rilasciato appena 40 giorni fa dall’acquario di Monterey!

Il giovane squalo bianco rilasciato dall’acquario di Monterey di cui vi avevamo parlato in febbraio sta benone e, dopo cinque mesi in cattività, sta sfogando tutte le sue energie in una lunga maratona.

Dopo aver costeggiato la penisola di Baja California si trova ora - appena 40 giorni dal suo rilascio - all’altezza di Mazatlan, in Messico.

Come facciamo a saperlo? Grazie al tag SPOT (Smart Position-Only Tag) che gli è stato fissato sulla pinna dorsale e che trasmette via satellite la posizione quando l’animale nuota la superficie. Un secondo sensore ci dirà fra qualche mese qual’è stato il profilo delle sue immersioni.

Sul sito del progetto TOPP è possibile seguire il viaggio del piccolo squalo bianco, aggiornato quasi ogni giorno.

La pagina dell’acquario di Monterey sugli squali bianchi

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incontro con lo squalo bianco - in Mediterraneo

16 Marzo 2008

Un incontro ravvicinato con uno degli animali più rari e difficili da incontrare in Mediterraneo. E’ accaduto a Riccardo Andreoli, ittiologo e pescatore subacqueo, qualche anno fa. Ecco il suo racconto e le sue foto straordinarie: le uniche esistenti di un bianco che nuota libero nel nostro mare.

squalo bianco fotografato in Med da Riccardo AndreoliCANALE DI SICILIA, DA QUALCHE PARTE

La secca è una di quelle da non raggiungere, da non consigliare, e quasi da non raccontare. Ben oltre le acque costiere, è un terno al lotto. Non sai mai, tanto per cominciare, se la raggiungerai. Le due ore e passa per arrivarci (e per tornarci), permettono al mare e al vento, solitamente scatenati in questa zona del Mediterraneo, di dire la loro…

(…)

…E’ proprio Lui. Vederlo muoversi dà un’impressione di potenza sconfinata, un minimo di movimento di quella grande coda e avanza quasi senza parere (coi motori al minimo viaggiamo alla sua stessa velocità). Chi ha detto che il movimento dello squalo è “sinuoso”? Forse quelli piccoli (che avevamo visto più volte su una secca ancora più lontana), ma non sua Terribilità. Lui si muove come solo può una massa compatta di muscoli strapotenti. Non fosse così evidentemente una fantastica macchina da nuoto e da caccia potrei azzardare tozzo, ma è una definizione che escludo immediatamente. “Tozzo”, non ha niente a che fare col movimento che esibisce questo immenso siluro grigio/avorio che incede silenziosamente coi denti socchiusi.

E’ forse un po’ l’eleganza massiccia del leone maschio, con tutta la sua pancia, la criniera spettinata e la testa che sembra fin troppo grande pure per quel corpo poderoso.

Qui non c’è pancia, e non c’è niente di spettinato. E’ una liscia immagine, le linee purissime, sfumate da un qualche impossibile aerografo nel passaggio tra il dorso ed il ventre. Stonano solo i denti. E’ la bocca, semiaperta, incisa da solchi (cicatrici ?), che è un brusco memento della scopo di tutto il mostro nel suo insieme: mangiare.

E Lui rimane lì, nuotando indifferente in superficie, mentre due subacquei cotti dal sole e straniti dalla meraviglia lo guardano andare, mentre incide appena la pelle del mare, scivolando immenso e lento nel suo regno.

Suo. Fino a pochi istanti prima ero fiero di quello che vent’anni di immersioni avevano fatto di me: un subacqueo, partecipe, seppur ad intervalli, questo lo riconoscevo, del grande Mare. Ora, di colpo, è una beffa. Come animale acquatico sono una farsa, una truffa. Di colpo vengo ricondotto a quello che sono, un prestito goffo del mondo di fuori, che sguazza e starnazza lassù, vicino alla luce. Pronto alla facile fuga e al “non gioco più”.

Così andiamo, Lui nel mare, noi in barca. Piano. Lui guida, noi seguiamo…

Leggi tutto il racconto sul sito di Riccardo

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come trova da mangiare uno squalo?

28 Febbraio 2008

squalo plumbeo, foto Eleonora de Sabata/MedSharksVi siete mai chiesti come riescano a trovare le loro prede gli squali? Hanno sensi incredibilmente sofisticati, certo, che però funzionano solo quando sono relativamente vicini alla preda. Ma quando sono molto lontani?

Fanno esattamente come noi nello shopping: cerchiamo prima vicino a casa e, se non troviamo nulla, facciamo un tentativo più lontano. Questo tipo di spostamenti a breve raggio con qualche sortita più lontana si chiama “Levy walk”.

La ricerca è stata pubblicata oggi su Nature. David Sims e i suoi colleghi hanno scoperto, analizzando più di un milione di immersioni registrate dai sensori elettronici, che squali, tartarughe, tonni e pinguini a caccia si muovono proprio così: fanno ripetute immersioni a bassa profondità seguite da alcune assai più profonde.

Compiendo simulazioni al computer i ricercatori hanno poi visto che questo tipo di ricerca è molto più efficace, per trovare prede sparpagliate nell’oceano ma riunite in gruppo, che cercare a caso.

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le autostrade degli squali

18 Febbraio 2008

Ottimi articoli di Repubblica oggi e del Messaggero sugli squali, notizia rilanciata anche dalle tv!

L’occasione è il congresso della Società Americana per l’Avanzamento della Scienza (Aaas) in corso a Boston dove si è parlato della loro sparizione da tutti i mari (altre 8 specie verranno inserite nella Lista Rossa delle specie a rischio estinzione - ne parleremo più diffusamente in un prossimo articolo) e delle migrazioni degli squali. Gli squali, infatti, viaggiano in mare come su autostrade sottomarine punteggiate di “aree di sosta” e di “cafè”.

Gli articoli sono interessanti e si basano sul comunicato dell’AAAS “Autostrade sottomarine e punti di sosta” che trovate qui.

Ancora due parole sulle ricerche citate. Del Great White Shark Café, punto d’incontro per squali bianchi in mezzo al Pacifico, vi avevamo già parlato qualche settimana fa.

gli spostamenti dello squalo martelloMa anche gli squali martello migrano seguendo tappe ben precise, che nel Pacifico toccano isole e montagne sommerse dal Messico all’Ecuador. Come la celeberrima El Bajo, in Messico, dove si radunano a migliaia in estate - non per cacciare, ma come punto di sosta e probabilmente d’incontro. Le zone di caccia, infatti, sono lontane e gli squali le raggiungono ogni notte seguendo rotte ben precise (clicca sull’immagine).

Come fanno a orizzontarsi di notte, sul fondo del mare? Seguendo le “autostrade magnetiche” tracciate dalle anomalie del sistema magnetico terrestre: lo ha dimostrato Peter Kimley, ricercatore americano del laboratorio di Biotelemetria dell’Università di California Davis, che studia i martello da più di vent’anni. Qui il riassunto di un suo lavoro scientifico del 1984 (”Diel movement patterns of the scalloped hammerhead shark (Sphyrna lewini) in relation to El Bajo Espiritu Santo: a refuging central-position social system”).

Gli squali martello sono stati inseriti nella Lista Rossa 2008 delle specie a rischio di estinzione.

Questi animali non vivono ovunque, ma si concentrano sulle montagne sottomarine o le isole oceaniche” ha spiegato Klimley nel corso del congresso: “Per questo l’istituzione di riserve marine in queste zone potrebbe aiutare molto la protezione di questa specie“.

Se volete approfondire: l’interessante intervista del National Geographic a Peter Kimley , un’altra più generica della PBS e infine una chicca: un fantastico articolo di Klimley (del 2005) sul Scientific American sulle montagne sottomarine.

Klimley ha scritto anni fa un libro: “The secret life of Sharks”. Molto interessante! Lo trovate qui su Amazon.

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liberato in mare uno squalo bianco

7 Febbraio 2008

squalo bianco acquario MontereyE’ tornato in libertà il giovane squalo bianco che da cinque mesi nuotava nell’acquario di Monterey Bay, in California.

Dopo 162 giorni passati nel magnifico acquario americano, dov’è più che raddoppiato di peso passando da 30 a 70kg, il piccolo ha iniziato a dare segni di irrequietezza (è stato visto saltare sulla superficie della vasca!). A quel punto la decisione: lo squalo doveva tornare in libertà, così com’è accaduto in passato per gli altri due esemplari della stessa specie tenuti in cattività dall’acquario.

Prima del rilascio i ricercatori hanno piazzato sul corpo dell’animale due tag satellitari che permetteranno di seguirne gli spostamenti. Il primo raccoglierà i dati per i prossimi 8 mesi, il secondo per i successivi 5. p_2007_topp_map1.jpgI dati saranno interessanti per comprendere meglio le abitudini di questa specie, che abbiamo iniziato a conoscere davvero solo da pochi anni.Grazie alla marcatura satellitare, infatti, si è scoperto che, lungi dall’essere un animale costiero come si era sempre creduto, lo squalo bianco passa lunghi mesi in mare aperto. Gli squali californiani, ad esempio, in primavera si trasferiscono in una zona remota dell’Oceano Pacifico, soprannominata dai ricercatori il White Shark Cafè. A lato il tracciato percorso di un altro piccolo squalo bianco, rilasciato dell’acquario dopo 137 giorni.

Il Monterey Bay Aquarium è l’unico acquario che sia riuscito a mantenere nelle sue vasche questa specie per più di due settimane. Qui una serie di FAQ sul loro progetto squalo bianco.

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In canoa con lo squalo bianco

8 Gennaio 2008

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Una foto curiosa e molto bella questa scattata dal biologo e fotografo Thomas Peschak.

Nessun problema per il ragazzo sulla canoa, impegnato nello studio degli squali bianchi in Sud Africa.

In questa zona di acqua bassissima si raduna infatti un gran numero di squali bianchi. I due biologi stanno cercando di capire cosa li attiri lì e, poiché le imbarcazioni a motore disturbano e distraggono gli animali, hanno scelto di avvicinarli silenziosamente in canoa.

Non abbiamo mai subito alcun tipo di aggressione nella nostra piccola canoa gialla. Nonostante la cattiva reputazione, infatti, gli squali bianchi sono più cauti che aggressivi, curiosi anziché imprevedibili.racconta Thomas. “Li abbiamo osservati inseguirsi e nuotare in cerchio anche a lungo. Pensiamo che si avvicinino a terra per interagire socialmente, forse addirittura per accoppiarsi o far nascere i piccoli. Poter osservare un avvenimento del genere è un po’ il Santo Graal dei ricercatori di squali e dei fotografi marini: non è ancora mai accaduto”.

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Caffè Squalo Bianco

4 Gennaio 2008
Cosa fa uno squalo bianco tutto il giorno sott’acqua? Per diversi mesi l’anno frequenta il White Shark Café: così i ricercatori americani hanno scherzosamente chiamato una piccola zona di oceano che pare irresistibile per gli squali bianchi californiani.

caffè squalo bianco
Seguire uno squalo nelle sue peregrinazioni in mezzo al mare è il nostro sogno, quello di MedSharks intendo: ci abbiamo provato due anni fa con gli squali grigi in Turchia ma, purtroppo, le sonde non hanno dato risultati.
E’ per questo che con grande curiosità e un pizzico di invidia osserviamo il gran lavoro che i ricercatori che collaborano al progetto TOPP (Tagging of Pacific Predators) stanno portando avanti.
Dopo aver marcato decine di squali bianchi con tag satellitari hanno scoperto che, dopo aver lasciato i luoghi di alimentazione invernale lungo la costa californiana, questi animali si dirigono in un punto preciso del Pacifico. E’ un’area di 400 miglia quadrate, dove non ci sono isole né montagne sottomarine. Per quel che ci è dato sapere in quella zona non c’è niente di particolare: né correnti, né maggior abbondanza di cibo. E’ insomma, una piccola zona di deserto marino.
Gli animali qui nuotano secondo un regolare profilo a yo-yo: dalla superficie effettuano regolarmente - ogni quarto d’ora e anche per 18 ore di seguito - immersioni tra i 200 e i 700 metri di profondità.
Cosa facciano gli squali in questa zona, per mesi, i tag satellitari non riescono a spiegarcelo. Guardate però sulla pagina animata del progetto TOPP i loro spostamenti, è davvero interessante!
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“squalo bianco” a Gota Abu Ramada…

11 Dicembre 2007

Riceviamo da Massimo Corsetti due righe divertenti e interessanti su uno strano incontro nel mare di Hurghada…

“Da non credere…
squalo bianco in Mar Rosso? E’ dell’HEPCA Il marinaio della barca si butta per legare la cima alla boa nel bellissimo “Acquario di Allah” a Gota Abu Ramada. Come mette la testa sotto il pelo dell’acqua esce gridando SHARK! SHARK! Un pò divertiti il gruppo di subacquei Dive In lo sfotte al suo ritorno e lui ancora terrorizzato assicura che è grande, grandissimo!
Imperturbabili ma incuriositi ci buttiamo per la nostra tranquilla immersione nel coloratissimo pianoro a 12 metri. Dopo circa 10′ d’immersione, alzo gli occhi nel blu e non credo ai miei occhi, lo segnalo ai miei compagni: è lì … grande, è minaccioso, è fermo, ma veramete fermo… …troppo fermo, è FINTO! Ebbene si, è ben fatto ma finto e per un attimo ci ha regalato un brivido d’emozione.
Ma che ci fa uno squalo bianco ad Hurghada? E per di più infilzato in un coltello gigante?Una targa, posta alla base, spiega che l’H.E.P.C.A. (la società che ha fondato e gestisce il Parco Marino di Giftun e che si occupa di salvaguardia ambientale), lo ha posizionato per sensibilizzare il pubblico subacqueo in merito al rischio d’estinzione che questi animali corrono a causa della pesca che ormai li vede come vittime scelte da mode e tendenze culinarie un pò in tutto il mondo.
Siamo felici di questa iniziativa che ci auguriamo possa contribuire a salvare il mare che amiamo tanto. Vi invitiamo quindi tutti a vedere lo “squalo bianco” di Hurghada, ricordandovi che da fine dicembre a fine marzo arriveranno come sempre gli squali, questa volta veri di “Sharkuzzi”. Le tane scoperte dallo staff Dive In, da cui fuoriesce acqua calda e dove gli squali, ma anche tartarughe e murene, dormono cullati in un caldo torpore.

Massimo Corsetti

www.diveintravel.it

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agli squali piace il sado-maso!

10 Dicembre 2007

Grazie a Howard Hall, che ha filmato l’accoppiamento degli squali pinna bianca di scogliera, parliamo un po’ di come gli squali assicurino la loro discendenza.In genere fanno pochi figli e cominciano a riprodursi molto in là con gli anni: mentre la verdesca inizia a 5-6 anni, lo squalo balena a 16, lo squalo bruno a 20 e lo spinarolo, nel Pacifico, a 35 anni!!!!!!! Non formano coppie né famiglie: maschi e femmine di solito si incontrano solo all’epoca degli amori. Né sono fedeli, tanto che le cucciolate sono spesso figlie di più padri.Gli squali sono gli unici pesci che si accoppiano. Una curiosità: hanno… due peni! Questo perché gli organi sessuali sono parti modificate delle pinne pelviche: due pinne, quindi due peni. In ogni caso, sembra che ne usino solo uno alla volta.Come vedrete dal filmato, l’accoppiamento è abbastanza cruento: gli squali non hanno mani e per tener vicina la compagna, non possono far altro che… addentarla. Fortunatamente la pelle delle femine è molto spessa - più di quella dei maschi -così non soffrono troppo.

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Med: squalo bianco, dove in Mediterraneo

7 Dicembre 2007

Ci sono, eccome. Ci sono sempre stati: il primo a parlarne fu Erodoto, 2400 anni fa. Perché allora parlando del Carcharodon carcharias tutti immaginano le spiagge australiane, le isole californiane o quelle del Sud Africa?

squalo bianco lampedusaPerché lì si concentrano, in stagione, attorno alle colonie di otarie. In Mediterraneo invece, nemmeno nei secoli scorsi la foca monaca è stata mai così abbondante da essere ingrediente principale nella loro dieta. La preda preferita nel nostro mare di questo grande squalo sono delfini e grandi pesci come tonni e pescespada, ma anche altri squali, razze e occasionalmente tartarughe. Animali che vivono non concentrati in una zona, ma (quasi) ovunque nel mare.

Catture e avvistamenti sono stati registrati praticamente ovunque da Gibilterra al Bosforo (non nel Mar Nero) ma soprattutto nel Mediterraneo centrale e occidentale e con una certa regolarità nelle Egadi, nel Canale di Sicilia, lungo la costa tunisina, da Capo Bon a Djerba; a Malta; occasionalmente nel Golfo del Leone, in Costa Azzurra e nel mar Ligure; nel Tirreno centrale e in Sardegna, nello stretto di Messina. Fino agli anni Settanta era frequente nel Nord Adriatico mentre oggi gli avvistamenti sono sporadici e relativi soprattutto alla costa croata. In Egeo è presente saltuariamente, come a Cipro, in Libano e in Israele; le segnalazioni lungo la costa libica, egiziana, algerina e marocchina sono scarse ma è probabile che qui entri in gioco anche la mancanza di comunicazione.

Avvistamenti e catture, però, sono sempre più rari. Lo squalo bianco in Mediterraneo, infatti, rientra nella categoria Endangered nella Lista Rossa delle Specie in Pericolo della IUCN. Qui un commento sul recentissimo rapporto della IUCN sulla situazione degli squali nel nostro mare.

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perché abbiamo così paura degli squali?

4 Dicembre 2007

Muoiono ogni anno molte più persone per la puntura di un’ape. Eppure moltissimi hanno paura degli squali. Su un vecchio articolo di Aqva l’opinione di Cesare Musatti, fondatore della psicanalisi in Italia. paura squaliMi è capitato fra le mani il n.1 di Aqva, uscita nel maggio 1986. Copertina e articolo d’apertura erano dedicati allo squalo, a firma di Giuseppe Notarbartolo di Sciara, già allora uno dei biologi marini più affermati d’Italia. Ecco cosa scriveva:”… Centinaia di milioni di persone fanno il bagno in mare ogni anno senza essere attaccate dagli squali; il mare in sé è molto più pericoloso. Perché dunque abbiamo più para di finire in pancia allo squalo che di perire in un incidente d’auto?La risposta a questa domanda non è facile e di certo esula dalle competenze dello zoologo. Sono andato quindi a chiedere aiuto al notissimo psicanalista Cesare Musatti [fondatore della psicanalisi in Italia deceduto nel 1989, NdR - qui un link a Wikipedia], il quale ha spiegato perché a suo parere, abbiamo paura dello squalo. L’antropofagia, mi spiega lo studioso, è un elemento concreto dell’esperienza sociale infantile; esiste il desiderio di “inglobare” il nostro simie e quindi la paura di essere a nostra volta inglobati: mangiati. Inoltre, quando ci hanno spiegato come nascono i bambini, cioè come siamo nati, ci siamo resi conto con un certo turnamento che nel nostro passato siamo stati contenuti nel ventre di un’altra persona. Non è dunque arbitrario pensare che questi timori vengano risvegliati in un momenti di difficoltà, quando galleggiamo in un mondo alieno nel quale abitano animali che sappiamo in grado di mangiarci“.

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Med: emergenza, 42% squali a rischio estinzione

17 Novembre 2007

Le cifre sono agghiaccianti: il 42% delle specie mediterranee è a rischio di estinzione. E’ la più alta percentuale al mondo. Lo dice l’ultimo rapporto della IUCN, uscito il 16 novembre. Alta la preoccupazione per l’impatto complessivo di questa importante perdita di biodiversitàuntitled-1.jpg

Le cifre sono ufficiali: il 42% delle specie di squali e razze del Mediterraneo è a rischio estinzione. E’ la più alta percentuale al mondo. Lo dice l’ultimo rapporto della IUCN, L’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura, il più grande network al mondo per la salvaguardia della natura, uscito il 16 novembre (qui il comunicato stampa e qui il rapporto completo, entrambi in inglese) che ha esaminato 71 specie di squali razze e chimere.

Per gli esperti il 18% è Criticamente in Pericolo, l’11% in Pericolo e il 13% Vulnerabile. Le altre specie sono per il 18% Quasi a Rischio, per il 26% non si hanno dati sufficienti a valutare il loro stato. Solo il 14% è valutato a uno stato discreto.

iucn_cr.jpgFra le specie Criticamente in Pericolo in Mediterraneo: il pesce angelo, il mako, lo smeriglio (queste ultime due specie catturate dai palangari e commercializzati per la carne e le pinne).

iucn_en.jpgIn Pericolo sono la mobula (praticamente identica alla manta), lo squalo plumbeo (che ci è particolarmente caro, perché oggetto della nostra ricerca MedSharks in Turchia).

iucn_vu.jpg Persino la verdesca, uno fra gli squali più prolifici, è stato classificato come Vulnerabile. La preoccupazione principale non è tanto per la singola specie - per quanto importante possa essere - ma per l’impatto complessivo di questa importante perdita di biodiversità” dichiara Annabelle Cuttelod, coordinatrice della Lista Rossa mediterranea al Centro per la Cooperazione Mediterranea della IUCN.

Il livello di protezione nel Mediterraneo per squali e razze è praticamente inesistente ha dichiarato Domitilla Senni, rappresentante della Shark Alliance, coalizione di oltre 40 associazioni internazionali di cui fa parte anche MedSharks. “Ci auguriamo quindi che il governo italiano intervenga tempestivamente e che attraverso i ministri De Castro e Pecoraro Scanio si attivi una azione sia a livello nazionale che europeo per la tutela di queste specie”.

Non esistono limiti nella pesca di squali e razze in Mediterraneo. Otto specie sono state inserite nelle convenzioni internazionali ma solo tre specie hanno una qualche forma di protezione: lo squalo bianco e lo squalo elefante sono protetti nelle acque della Comunità Europea e in Croazia, mentre Malta e Croazia proteggono la mobula.

Oggi i paesi mediterranei hanno una ragione in più per salvaguardare squali e razze della regione” ha aggiunto Sonja Fordham, vice presidente dello Shark Specialist Group della IUCN “in particolare starà ai rappresentanti della Pesca dell’UE decidere se accordare una piena protezione allo smeriglio nel corso del prossimo Consiglio Pesca di dicembre 2007 e promuovere in tempi brevi un efficace Piano d’Azione”.

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Info: a cosa servono gli squali?

30 Ottobre 2007

Gli squali svolgono in mare lo stesso compito dei leoni nella savana o dei lupi nella foresta: limitano la crescita delle popolazioni degli altri organismi e contribuiscono a mantenere l’equilibrio fra le diverse forme di vita in mare. La loro scomparsa provoca uno squilibrio in mare che, a cascata, si propaga in tutto l’ecosistema, con risultati imprevedibili. Una interessante ricerca appena pubblicata sulla prestigiosa rivista Science mette in luce le conseguenze impensabili che la perdita dei grandi predatori può portare. Nel Nord Carolina, negli USA, la scomparsa dei grandi squali ha portato – indirettamente, certo, ma altrettanto chiaramente - alla rovina del mercato di molluschi. I grandi squali, infatti, si nutrono di piccoli squali e razze che, a loro volta, si cibano dei molluschi. Scomparsi i grandi predatori, i piccoli squali e le razze di cui si nutrivano sono aumentate a dismisura e, quasi come le cavallette, hanno ripulito i fondali dai molluschi, creando anche un grave danno economico ai pescatori locali.www.aaas.org/news/releases/2007/0330sharks.shtml

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Info: perché gli squali stanno scomparendo

30 Ottobre 2007

1_shark.jpg75 milioni di squali uccisi ogni anno in tutto il mondo, accidentalmente o volontariamente.

Il più delle volte non per le loro carni, generalmente poco appetibili. Ma soprattutto per le loro pinne, ricercatissime sul mercato asiatico per la preparazione della zuppa di pinne di pescecane. Un commercio lucroso ma che sta devastando gli oceani.

Gli squali, infatti, non possono sostenere una pesca così massiccia: per mantenere naturalmente basso il loro numero, coerentemente con la loro posizione al vertice della catena alimentare, la Natura li ha dotati di un tipo di riproduzione assai lento. Cominciano a riprodursi molto in là con gli anni (di solito a 10-15 anni) e al termine di gestazioni fra le più lunghe del mondo animale (di 1 o 2 anni) mettono al mondo solo pochi piccoli. Per questo la pesca eccessiva decima le loro popolazioni e le porta rapidamente sull’orlo del collasso: i pochi esemplari rimasti necessitano di tempi “biblici” per ripopolare il mare.

Per saperne di più…